Nuove liturgie, nuovi linguaggi

Nel corso dell'Assemblea/Sinodo di agosto è stato presentato il doppio volume di Liturgie evangeliche pubblicato dalla Claudiana

Nel corso dell'Assemblea/Sinodo di agosto è stato presentato il doppio volume di Liturgie evangeliche pubblicato dalla Claudiana grazie al lavoro della commissione liturgia bmv (battista, metodista e valdese). Un volume doppio, dall'aspetto editorialmente importante, a 40 anni dalla precedente versione: perché, e perché oggi? «Per diversi motivi – spiega il pastore Gregorio Plescan, coordinatore della Commissione –: perché le liturgie precedenti risentivano di un linguaggio superato (soprattutto rispetto all’uso del maschile e del femminile). Perché negli ultimi 40 anni sono cambiate sensibilità (a esempio abbiamo inserito le liturgie di benedizione di coppie dello stesso senso) e approccio a costumi consolidati (40 anni fa lo standard dei funerali era l’inumazione, oggi la cremazione sta prendendo sempre più piede e in alcuni casi la richiesta di disperdere le ceneri). Perché una liturgia è un “biglietto da visita” che può essere donato in un occasione ecumenica, e anche la cura per bellezza dell’oggetto donato dice molto su chi lo dona. Perché oggi? Perché è frutto di un lavoro comune battista, metodista e valdese, e la V Assemblea Sinodo dello scorso agosto è stata un’ottima occasione di presentazione e si spera anche di diffusione di questi testi».

– Su che cosa ha lavorato la Commissione per adeguare i testi all'atmosfera culturale e al linguaggio di oggi?

«Sulla sensibilità dei molti membri – battisti, metodisti e valdesi, uomini e donne, pastori, pastore e non pastori, di età diverse – che nel corso dei decenni si sono avvicendati e sul confronto con testi dell’ecumene cristiana ed esperienze provenienti dall’estero, anche da molto lontano (una liturgia di S. Cena di Natale si ispira a una della Nuova Zelanda). È stato un lungo e appassionante impegno basato sull’ascolto di molte voci». 

 

– La Commissione è una di quelle che lavorano di concerto – nominate dai rispettivi esecutivi – in ambito bmv: che influsso ha questo aspetto sul vostro lavoro?

«Un influsso molto positivo: com’è immaginabile il confronto tra persone diverse porta sempre a frutti stimolanti. Abbiamo deciso di inserire una vera e propria novità che nasce proprio dal fecondo dialogo bmv: per ogni liturgia sono proposti numerosi inni, tratti sia dall’Innario Cristiano (usato più nelle chiese valdesi e metodiste) sia da Celebriamo il Risorto (più conosciuto nel mondo battista). Anche la scelta di accostare parola detta e parola cantata, inni che proponiamo in continuità con il percorso liturgico, deriva dall’incontro di passioni diverse ma capaci di dialogare».

– Le chiese del protestantesimo storico vedono ridursi il numero dei fedeli: ne avete tenuto conto? nuove soluzioni liturgiche possono essere più coinvolgenti?

«Speriamo che la ricerca porti frutti tangibili! Certamente una certa vetustà del linguaggio può rendere difficoltoso sintonizzarsi con la nostra spiritualità per chi non è abituato alla liturgia evangelica. Sinceramente però non credo che ci sia un legame automatico di causa-effetto tra linguaggio liturgico e assottigliarsi della partecipazione ai culti domenicali. Basti pensare alle chiese ortodosse che – anche in Italia – usano un linguaggio molto tradizionale, che a noi suona antico, eppure non sembrano risentire di flessioni numeriche equivalenti per questo motivo; o al fatto che diverse chiese pentecostali usano la traduzione della Diodati per il culto, e sono più frequentate delle nostre. Temo che il nodo della partecipazione sia più complesso di un semplice aggiornamento del linguaggio liturgico. In effetti se si legge la presentazione del nostro lavoro (vl. 1, pp. 7-9) si osserva che la commissione spera di aver proposto qualcosa di più che un “aggiornamento”, ma una riflessione globale sulla nostra spiritualità. Ricordando che la liturgia non è un dogma da onorare, ma un modo per dire la nostra fede al mondo. Anche se la presentazione non è certo la parte principale del nostro lavoro, invito a leggere l’ultimo paragrafo, sul futuro, che la Commissione lascia come piccola sfida a chi usa il nostro materiale». 

– La parola liturgia è spesso usata in tono denigratorio: per esempio la “solita” liturgia delle campagne elettorali, per sottolineare il carattere di “ripetitività” di atteggiamenti, prese di posizione, interventi, che sembrano ripetersi stancamente e periodicamente nel mondo: come possiamo, invece, riaffermare l'importanza e il ruolo attivo e propositivo della liturgia come pratica e consuetudine di fede?

«Certo, come molte parole che conosciamo da sempre, anche “liturgia” può assumere sfumature negative, polverose, a volte ironiche. È normale. D’altra parte una certa forma di continuità, di ripetitività, addirittura di “ritualità” non è solo parte della vita: è quella condizione che ci permette di sentirci a casa in un determinato contesto, di non dover ricominciare ogni volta a cercar di capire dove ci troviamo. Credo che tutti e tutte abbiamo provato quel sottile disagio nell’andare in un’altra chiesa rispetto a quella che ci è abituale, e non saper bene se lì si canta o si prega da seduti o in piedi, finendo per spiare chi è vicino per capire come si fa in quel luogo. La stessa questione del Padre nostro detto ad alta voce assieme o pregato nel silenzio del proprio cuore non è un dettaglio secondario, ma tratti di una spiritualità profonda, quale che sia la nostra tradizione o convinzione personale. Rimane però il punto a cui accennavo prima: la liturgia non è un dogma per cui la chiesa sta o cade se chi presiede dice la parola sbagliata o imprecisa in un determinato momento. L’esperienza più che trentennale mi fa dire che uno dei nemici del culto è la noia che viene dalla banalità ripetitiva. Se una persona non si lascia stimolare anche dal pensiero e da una spiritualità diversa dalla propria, finisce per dire sempre più o meno la stessa cosa, con minime variazioni sul tema. Forse questo può non essere un problema per chi sale sul pulpito un paio di volte all’anno, ma chi lo fa magari 50 volte all’anno se non di più… penso che portare sul pulpito una liturgia che non ho scritto io, preghiere che non sono frutto diretto della mia fede personale sia un sfida benedetta: perché noi non predichiamo le nostre convinzioni ma una Parola che viene da fuori, oltre alla nostra saggezza, frutto della voce della “grande schiera di testimoni” (Ebrei 12, 1)».

 

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