Chiamati all’amore e alla misericordia

Un giorno una parola – commento a Luca 17, 15-16

Celebrate il Signore dei signori, perché la sua bontà dura in eterno. Colui che solo opera grandi prodigi
Salmo 136, 3-4

Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo. Or questo era un Samaritano
Luca 17, 15-16

La lebbra è un male terribile che, come testimonia l’Antico Testamento, era un fattore discriminante al massimo, che escludeva completamente dalla società chi ne era affetto. In pratica, quando il sacerdote ti riconosceva come lebbroso, dichiarava la tua morte civile.

Inoltre, in quanto la lebbra (ed altre malattie della pelle) era considerata nell’antico Israele un castigo di Dio per un peccato commesso, si era relegati in uno stato di profonda vergogna.

È dunque chiaro che le guarigioni operate su lebbrosi da parte di Gesù vanno lette anche come metafora e anticipazione della dispensazione della grazia. Sotto quest’aspetto le guarigioni dei lebbrosi erano segni altamente significativi.

Nel racconto di Luca, uno solo su dieci, uno straniero, un nemico, un Samaritano, riconoscente, torna da Gesù da colui che lo aveva tratto fuori dal suo pantano fangoso (cfr. Salmo 40, 2), e Gesù gli raccomanda di essere ossequioso verso la legge.

Chi è oggi li lebbroso? È il diverso, è chi non la pensa come noi, è l’extracomunitario, il barbone, il sieropositivo, il malato di Covid, tutti soggetti che vanno isolati perché rappresentano una minaccia per la nostra tranquillità.

Guarendo il lebbroso, Gesù ci insegna che non è mai il caso di usare le pietre, il manganello, la morte. Magari avremo riconoscenza solo da uno su dieci, ma noi siamo chiamati all'amore e alla misericordia, non all’autocompiacimento.

 

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