Nel giorno dell’avversità

Un giorno una parola – commento a Geremia 16, 19

Signore, mia forza, mia fortezza e mio rifugio nel giorno dell’avversità! 
Geremia 16, 19

Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati
II Corinzi 4, 8

Quante volte abbiamo invocato il Signore! Quante volte abbiamo gridato a Lui in cerca di aiuto! Quante volte abbiamo rinunciato a combattere lasciando solo a Lui il compito di risolvere la nostra situazione! Nella debolezza, nel giorno dell’avversità, quando tutto sembra crollare o peggio ancora finire, come il fanciullo con la propria madre, anche noi invochiamo aiuto e ci rivolgiamo a Dio. Spesso come ultima risorsa, come ultima chance della nostra vita. E anche se questo non è il vivere di un cristiano, quella voce impaurita e confusa che esce dalla nostra bocca giunge alle orecchie del nostro Dio. Una voce che lui riconosce e che ama fin dal primo giorno in cui abbiamo pianto fuori dal ventre di nostra madre. Il profeta Geremia, nella sua invocazione a Dio, unisce la disperazione del momento difficile che sta attraversando con la fiducia che il Signore è forza e fortezza per la sua vita, è rifugio sicuro. È l’espressione di una fede che travalica le paure quotidiane, che spezza le catene del dubbio per affidarsi completamente a Dio, che scava nella profondità del mistero per attingere alle sorgenti della salvezza.

Se forza, fortezza e rifugio sono tre parole che appartengono al linguaggio del combattimento, in questo testo profetico esprimono amore, fedeltà e protezione. C’è la quiete della casa in questa invocazione; c’è il rapporto familiare, il bene palpabile dell’amore paterno e materno. E per noi questa parola diventa preghiera e nello stesso tempo atto di fede che ci dà forza nei travagli della vita quotidiana. Amen!

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