A Torino un giardino per Moussa Balde

Il ragazzo morì suicida lo scorso anno al Centro per il Rimpatrio di Torino al termine di una vicenda drammatica di mancata accoglienza

Nella seduta del 5 luglio 2022, la Commissione Toponomastica della Città di Torino, presieduta dalla presidente del Consiglio Comunale Maria Grazia Grippo, ha deliberato nuove intitolazioni.

Su proposta della consigliera Daniela Alfonzi della Circoscrizione 3, a Mamadou Moussa Balde, ventitrenne originario della Guinea, morto suicida il 22 maggio 2021 nel Cpr di Torino, verrà dedicato il giardino tra le vie Monginevro, Lancia e Sagra di San Michele.

 

La morte di Moussa Balde nel Cpr, il Centro per il rimpatrio di Torino, è l’ennesima ferita che certifica ancora una volta il fallimento delle politiche migratorie e di accoglienza, italiane ed europee. Nel nostro paese da oltre 4 anni, fuggito giovanissimo dalla Guinea, non aveva mai ottenuto permesso di soggiorno o era rientrato in qualche progetto di integrazione, se non nella fase iniziale della sua esperienza fra i nostri confini.

Era arrivato con un barcone nel 2017 e aveva subito presentato la domanda di asilo politico ad Imperia ed era ancora in attesa della convocazione do ina commissione territoriale che doveva valutare il suo caso.

Un tempo assurdamente lungo, un limbo senza uscita. Balde aveva imparato l’italiano in pochi mesi e aveva raggiunto il diploma di terza media al centro di formazione territoriale per adulti di Imperia. Poi ancora il vuoto. Aveva anche tentato il passaggio in Francia, dalla frontiera di Ventimiglia, cittadina in cui ha vissuto negli ultimi periodi, ma era stato respinto dalla polizia francese. Avrebbe tentato ancora nella speranza di proseguire il proprio personale progetto di vita. Ma è stato pestato barbaramente da tre italiani all’uscita di un supermercato, come si vede fin troppo bene in un video girato da un cittadino.

Per lui dopo le cure in ospedale è giunto il trasferimento al Cpr di Torino, senza spiegazioni, un carcere da cui sarebbe uscito solo per vedersi rispedire in Africa. La disperazione lo ha portato ha impiccarsi. I suoi aggressori sono indgati a piede libero, il processo deve ancoa avere luogo ma già in fase di indagini preliminari per i tre indagati sono cadute le aggravanti dell'odio razziale.

Lo Stato italiano e quello guineiano lo hanno abbandonato anche da morto, e sono ancora una volta le associazioni, la cosiddetta società civile, che con una raccolta fondi si sono fatte carico del rimpatrio della salma da consegnare a genitori e parenti.

Anche la pastora valdese Maria Bonfade prese la parola un anno fa, attraverso una lettera rivolta al presidente del Consiglio Mario Draghi in cui denunciava fra l'altro: «Non ho mai potuto dimenticare il senso di desolazione e di orrore che quel luogo ha lasciato in me (il Cpr. di Torino, ndr). Molto superiore delle impressioni ricevute nelle molte carceri che ho conosciuto sul territorio italiano. Gli "ospiti", come la direzione chiamava i reclusi, erano in casette che spuntavano nello sterrato polveroso e assolato, squallide e collocate, ciascuna, all'interno di enormi gabbie. I reclusi vedendo passare il piccolo gruppo di visitatori e visitatrici che si interessavano alle Ioro condizioni di vita, si aggrappavano alle grate per parlare con noi. Nell'istituto non avevano assolutamente nulla da fare, non c'era una biblioteca, né una palestra, né alcuna attività prevista che potesse occuparli. I loro panni erano stesi ad asciugare su corde improvvisate con le lenzuola arrotolate e precariamente tese tra la maniglia di una porta e due sedie all'esterno. L'impressione di essere di fronte a persone assolutamente smarrite e prive di diritti era palese. Forse anche per questo il suicidio del giovane Moussa Balde mi ha colpito tanto. Perché ho visto il luogo in cui è maturata la sua disperazione».

A più di venti anni dalla loro introduzione, i Centri di detenzione amministrativa rimangono «luoghi “non pensati” […]» ove «la permanenza in essi segue le sorti di un “effetto collaterale”, che si vorrebbe evitare e che è sostanzialmente sottovalutato» scrive nella sua relazione annuale il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

 

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