Le carceri viste da dentro

L’associazione Antigone ha presentato il nuovo rapporto sugli istituti penitenziari nazionali

 

Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma il XVIII Rapporto di Antigone sulle carceri, intitolato “Il carcere visto da dentro” e tratto dalle circa 100 visite effettuate dall’associazione nel corso del 2021 presso gli istituti penitenziari italiani. Prima della presentazione, su Cominciamo Bene, trasmissione di RBE, abbiamo intervistato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, per raccontare i punti salienti del documento.

Come mai questo titolo?

«“Il carcere visto da dentro” è il punto di vista peculiare di Antigone. Nella nostra storia (lo abbiamo contato) abbiamo fatto 2000 visite in carcere; siamo autorizzati dal Ministero della Giustizia a farle dal lontano 1998. Negli ultimi anni siamo arrivati a farne circa 100 ogni anno. Lo facciamo con visite molto approfondite. Abbiamo imparato a leggere i rapporti interni, le situazioni».

Nel 2021 è stata ancora la pandemia il nodo principale da gestire?

«Nel corso del 2021 il carcere si è attrezzato, dopo la prima ondata di covid che ha portato una rivoluzione nel 2020. Si è riusciti a creare una gestione piuttosto “automatica” del virus. Ogni istituto ha una sezione covid e una sezione quarantena per chi entra in carcere e deve stare isolato. In questo momento abbiamo 1200 detenuti positivi, ma solo due sono sintomatici, e sono ricoverati al di fuori dell’istituto. Abbiamo avuto un picco massimo questo gennaio: abbiamo sfiorato i 3500 detenuti positivi in contemporanea. Dal punto di vista sanitario forse potrei dire che la pandemia non è più la protagonista. Speriamo che ci lasci qualche esempio positivo, come l’utilizzo delle nuove tecnologie in carcere, che hanno fatto il loro ingresso nel 2020. Sembra incredibile: abbiamo un ritardo di 20 anni rispetto al mondo esterno. Ma nel 74% degli istituti i detenuti non hanno alcun accesso a internet. Per questo chiediamo all’amministrazione penitenziaria di metterci attenzione, risorse e testa».

Avete anche notate differenze a livello territoriale?

«Il nostro sistema penitenziario purtroppo tende ad essere a macchia di leopardo. Ad esempio, in Emilia Romagna hanno la cartella clinica informatizzata: significa che, se c’è un’emergenza sanitaria, il medico di turno immediatamente riesce a capire che tipo di presa in carico fare. Una cosa per niente secondaria. Ce l’abbiamo in Emilia Romagna, in qualche altro istituto isolato, ma non tutte le regioni si sono adeguate.

E poi c’è l’affollamento. Abbiamo istituti che sfiorano il 180% del tasso di affollamento, a fronte di un media nazionale ufficiale del 107%; che noi sappiamo poi essere maggiore, ma non a quei livelli: vuol dire che ci sono anche istituti ben più vuoti».

Assieme al rapporto, presenterete anche un podcast: "Chiusi dentro". Di cosa si tratta?

«È un lavoro eccezionale, realizzato da alcuni giornalisti di Repubblica, tra cui Massimo Razzi, con l’aiuto di Antigone. Un podcast molto lungo, dura varie ore, diviso in puntate; lo trovate sul sito di Repubblica. È un viaggio incredibilmente approfondito dentro le carceri italiane, in tutti i loro aspetti, dalla salute, al lavoro, al reinserimento sociale, attraverso tante voci provenienti da contesti e ambienti differenti: voci di detenuti, ex detenuti, dell'amministrazione penitenziaria, di associazioni come Antigone, di magistrati e avvocati. Uno sguardo davvero multicolore, molto approfondito, non c’è quella superficialità che a volte chi conosce il carcere vede nei servizi giornalistici».

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«È una ricerca a cui teniamo moltissimo: abbiamo pensato di indagare il sensazionalismo mediatico sulla giustizia penale e sui processi. Quante volte vediamo la conferenza stampa fatta con i volti delle persone arrestate dietro le spalle? Poi magari queste persone, dopo un periodo di custodia cautelare, si scoprono innocenti, o comunque in quel momento sono presunte innocenti. Ma quanto, del processo penale e della vita di quelle persone, viene vissuto attraverso i media? Abbiamo tentato di andare oltre al nostro ambito carcerario stretto perché è un tema che ci sta particolarmente a cuore, perché ne va veramente dei diritti e delle garanzie del sistema penale, come recita il sottotitolo della nostra associazione».

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