La Pace come unica soluzione

È in distribuzione il numero di aprile del free press L'Eco delle valli valdesi. Qui l'intervista al giornalista Rai Duilio Giammaria

È in distribuzione in questi giorni in tutto il territorio del pinerolese il numero di aprile del mensile free press L’Eco delle valli valdesi. Il dossier è dedicato inevitabilmente alla guerra, declinata soprattutto con ricordi ed esperienze locali. Non manca un’analisi del conflitto in corso affidata nell’articolo qui di seguito al giornalista e documentarista Rai Duilio Giammaria, che ha raccontato in prima persona molti dei conflitti che hanno insanguinato il mondo in questi ultimi 20 anni

Questa è una guerra vicina, diversa?

«Indubbiamente la guerra in Ucraina è una guerra vicina e la vicinanza inevitabilmente cambia la percezione delle cose anche in paesi in cui i rischi siano relativi, come il nostro. Anche la vicinanza “culturale” con le vicende dell’Europa dell’Est fa sì che l’opinione pubblica sia molto più impressionata rispetto a fenomeni altrettanto sanguinosi e drammatici che però, magari perché avvengono lontano e riguardano popolazioni di cui si ignora la cultura, sono vissuti come fenomeni più marginali. Questa è una guerra diversa anche perché implica la partecipazione di una super- potenza nucleare, anzi delle due superpotenze nucleari principali, e questo naturalmente ha un peso enorme su fenomeni di rischio a livello globale. Inoltre la situazione riporta l’orologio della percezione che noi stessi abbiamo molto indietro nel tempo: le prime immagini dell’invasione russa ricordano la Seconda Guerra mondiale (cioè le colonne di carri armati etc.) e devo dire anche gli stessi armamenti usati, a parte quelli più moderni e più letali, sono gran parte frutto di una tecnologia che pensavamo chiusa in quel- la specie di orribile forziere della Seconda Guerra mondiale, e quindi si riaprono antiche ferite a cui emotivamente non eravamo pronti e forse non ci aspettavamo». 

– Lei ha vissuto in prima persona molti conflitti: a che cosa porta la guerra, perché si combatte? 

«Questa è una domanda filosoficamente molto complessa a cui posso rispondere attraverso le mie esperienze dirette di guerre recenti in Afghanistan, Iraq e Libia: lo scatenarsi di una guerra è sempre dovuto alla scintilla di una presunzione di poter modificare il corso della storia, di poter influire su di esso: è una grande presunzione che in fondo nessuno è mai riuscito a custodire perché chiunque inizi un’attività bellica, anche con i motivi più nobili, poi non ha gli strumenti per determinare ciò che succederà. Questo è quello che è evidente in tutte queste guerre recenti: insomma la guerra è da condannare per la semplice constatazione che di fatto è una grande presunzione egocentrica di un potere che forse nessun uomo è in grado di controllare, neanche il più potente». 

– C’è però il diritto a difendersi nel momento in cui uno viene aggredito? 

«Il diritto a difendersi è sempre accettabile perché appartiene all’ordine naturale delle cose. Anche qui è un concetto filosoficamente ineccepibile, quello di concedere a chiunque sia stato attaccato il diritto di difendersi; però va valutato fino a che punto conviene farlo data una serie enorme di considerazioni da fare sui rischi per la popolazione civile e sulla distruzione mate- riale del paese. Non bisogna cadere nella retorica assoluta, bisogna essere molto pragmatici e cercare di difendere soprattutto i diritti di sopravvivenza delle persone: ogni situazione però è molto complessa, possiamo rappresentarla come una grande mole di dati, ogni scontro, ogni colpo di cannone, ogni vita persa aumenta la complessità della guerra». 

Che cosa ci riserva il futuro? Cambieranno gli scenari a conflitto concluso? Ci saranno strascichi?

 

«Per capire ciò chesuccederà possiamo guardare con un certo parallelismo, anche se naturalmente è stata una guerra diversa, a ciò che è successo nei Balcani: anche lì c’è stato un conflitto estremamente violento e sanguinoso che ha coinvolto in maniera marcata la popolazione civile. Le cicatrici sono ancora oggi visibili ma è emerso un ordine diverso e un ordine che ha con- sentito a almeno una parte di questi paesi di ritrovare un proprio sistema di sviluppo democratico, che è un po’ ciò a cui bisogna guardare quando si pensa agli esiti di una guerra. È necessario consentire all’Ucraina, paese vasto, la possibilità di svilupparsi perché quello che abbiamo capito è che in fondo le guerre sono sempre dovute anche a una rottura dei sistemi sociali ed economici». 

– La pace è l’unica soluzione? 

«Sì, perché consente alla gente di vivere; consente alla gente di mettere su famiglia e di crescere in sicurezza i propri figli; perché consente di creare sviluppo e opportunità per le persone. Quindi, per qualunque episodio storico, anche il più drammatico, la pace è l’unica soluzione. La pace garantisce una vita umana; la guerra ha invece questo maledetto sigillo dell’anti-umanità ed è per questo che va condannata senza se e senza ma». 

 

 

 

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