Libere e liberi per servire

Il XVII Febbraio ci richiama a un’idea di libertà che non può prescindere dalla responsabilità

Cento anni fa, in occasione del 17 febbraio 1922, la Società di Studi valdesi pubblicava, per la prima volta in italiano, un opuscoletto di commemorazione dell’emancipazione valdese del 1848. Il presidente Davide Jahier esordiva nel suo contributo scrivendo: «L’Emancipazione dei Valdesi? – Erano dunque mancìpi i Valdesi, cioè servi, ancora nel 1848?». A distanza di cento anni, proviamo a capovolgere la domanda: sono dunque emancipati i Valdesi, cioè liberi, ancora nel 2022? In entrambi i casi la risposta è sì. Nel 1848, prima dello Statuto Albertino e delle Lettere Patenti, i Valdesi erano ancora in stato di servaggio, privi di diritti civili e politici, confinati entro limiti geografici, soggetti a editti repressivi. Oggi, grazie alla Costituzione del 1948 (giusto cento anni dopo) e l’Intesa sottoscritta con il Governo italiano del 1984, i Valdesi possono ritenersi senza dubbi liberi, nella loro espressione di fede e nella testimonianza evangelica che possono rendere.

Di certo, quei Valdesi del 1848, benché costretti a vivere in una condizione di servitù politica e sociale, rivendicavano, seppure invano, la loro libertà appellandosi alla bontà e al buon senso del Sovrano. L’anelito alla libertà era così forte che, quando giunse la notizia dell’editto di emancipazione, «fu una esplosione di gioia non mai vista». Tale libertà ricevuta si trasformò immediatamente in una libertà da investire, proprio come un seme da piantare o un talento da spendere, per portare avanti il progetto dell’evangelizzazione: porre cioè il fondamento dell’Evangelo come novità della nuova Italia nascente.

Oggi i Valdesi godono della loro libertà religiosa pur in un contesto che presenta ancora forme velate di discriminazione. Questa libertà sembra però ormai quasi scontata, come una prerogativa che abbiamo acquisito e che ci permette di vivere tranquillamente la nostra appartenenza ecclesiastica. Il rischio è che perdiamo di vista la direzione della libertà, come il popolo di Israele quando si ritrovò nel deserto dopo essere stato liberato dalla schiavitù egizia. Verso dove ci porta la libertà? A cosa serve la nostra libertà? Quali progetti suscita? Vagare tanti anni nel deserto può suscitare nostalgia per il passato, quando si poteva mangiare da pentole piene di carne e dormire in case stabili. Ci si volge indietro perché si è persa la direzione dove andare, ma anche perché è subentrata la sfiducia. Le nostre chiese sono prese spesso dalla tentazione della sfiducia, dovuta al calo numerico, alla scarsità di vocazioni, alla difficoltà di portare avanti la nostra ecclesiologia. Ci si ritrova come in un deserto dove è facile perdersi d’animo. La sfiducia, infatti, ci fa rallentare il passo, ci rende tristi, annebbia il nostro orizzonte. Produce insomma una nuova forma di servaggio, riconducendoci entro quei confini delle nostre incredulità e delle nostre paure.

Contro questo rischio, resiste la Buona Notizia dell’amore di Dio che si continua a cercare di predicare e che ci ricorda con le parole dell’apostolo Paolo: «Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù» (Galati 5, 1) Non solo siamo stati liberati e liberate dalla schiavitù, ma siamo stati resi liberi e libere per servire, per amare, per perdonare, per accogliere. La libertà è una spinta propulsiva, un invito a camminare, un andare verso. Così fu per i Valdesi dopo il 1848 e così può essere ancora oggi per noi. Ricordare il 17 febbraio significa rimettere sempre di nuovo al centro l’Evangelo della libertà, fuoco vitale per chi ci ha preceduti, ma anche spinta fiduciosa in avanti per noi. Ma per fare questo dobbiamo sempre ricordarci qual è la direzione della libertà: l’altro, l’altra.

Questo lungo tempo di pandemia ci ha fatto riflettere sul senso della nostra libertà e ci ha posti di nuovo davanti a quel binomio che ci è tanto caro: libertà nella responsabilità. La nostra libertà è infatti responsabile della libertà altrui, si costruisce a partire da quella altrui. Non basta una libertà individuale se non è anche collettiva. Ancora Davide Jahier ci ricorda nel suo contributo del 1922 che l’emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei arrivò anche grazie all’impegno e la partecipazione dei tanti liberali, tra tutti Roberto D’Azeglio1, che invocarono a gran voce una nuova Costituzione più aperta ai diritti di tutti. Il percorso della libertà, sempre aperto, è dunque da compiere insieme. Oggi come ieri, le chiese sono chiamate a impegnarsi verso tutti e tutte coloro che non hanno ancora riconosciuti i loro diritti fondamentali: da quelli che hanno a che fare con la libertà religiosa e di coscienza, a quelli che tutelano contro ogni forma di discriminazione; dal diritto a un lavoro dignitoso e non precario, a quello a un’equità di accesso alle cure sanitarie; dal diritto all’asilo e all’accoglienza, a quello alla legalità e alla giustizia. A questa libertà ci chiama l’Evangelo.

1. Fratello del più noto Massimo, promosse una raccolta di firme per la concessione dell'emancipazione di ebrei e valdesi. Fu anche senatore, a partire dall'aprile del 1848.
Foto di Pietro Romeo

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