Sentinella del territorio

L'inchiesta di gennaio del free press L'Eco delle valli valdesi è dedicata alla criminalità organizzata nel pinerolese. Intervista a Arturo Francesco Incurato dell'associazione "Rita Atria" di Pinerolo

È in distribuzione in moltissimi luoghi pubblici in tutto il pinerolese il numero di gennaio del mensile free press L'Eco delle valli valdesi, che contiene uno speciale dedicato ad un'analisi della presenza e delle attività della criminalità organizzata nei territori per l'appunto dell'area sud della provincia di Torino. Di seguito un articolo dello speciale, l'intervista a Arturo Francesco Incurato dell'associazione "Rita Atria" di Pinerolo. Buona lettura.

Pinerolo e la criminalità organizzata, qual è la situazione. Ne parliamo con Arturo Francesco Incurato, referente dell' associazione “Rita Atria” Pinerolo, già presidio “Rita Atria” Pinerolo dell’associazione LIBERA, che dal 2011 conduce attività attorno al tema delle mafie, con un particolare accento sul carattere eminentemente “culturale” della risposta da offire. Da questa considerazione preliminare sono derivate le linee di impegno: gli incontri nelle scuole; l’attenzione verso la gestione del bene pubblico territorio-paesaggio; l’attenzione verso le crescenti ingiustizie e diseguaglianze all’interno di una società in cui il decadimento dei valori fondanti la nostra Democrazia appare preoccupante. 

Le varie relazioni della Direzione investigativa antimafia da anni lanciano l'allarme sulla pervasiva presenza mafiosa in Piemonte, come sancito dai noti processi di queste stagioni, e al contempo sottolineano una certa indole a non volere vedere, a non capire o meglio a fingere di non capire. Nel Pinerolese questa tendenza a una certa sottovalutazione pare addirittura ampliarsi: pochi casi di cronaca, poche denunce. Ma siamo un'isola felice? O la realtà è un'altra? 

«Se il Pinerolese fosse davvero “un’isola felice”, libera da presenze mafiose, ovviamente non ci sarebbe che godere e gioire di questo privilegio. Tuttavia quanto accade nella nostra regione, in comunità a noi assai vicine, dovrebbe destare attenzione e pure stimolare ad una maggiore conoscenza del fenomeno mafioso e delle sue dinamiche, affinché non si riproducano condizioni che favoriscano la sua eventuale presenza e accrescenza. Il “sabaudo orgoglio” ostentato dalle comunità e dagli amministratori piemontesi nel recente passato, la supposta estraneità della regione al fenomeno mafioso, è del resto  miseramente crollato dinanzi alle risultanze dell’operazione “Minotauro” (giugno 2011) e del processo che ne è poi seguito».

Gli scopi primari della costituzione della vostra associazione sono cambiati nel tempo rispetto a quanto vi aspettavate? 

 «Come abbiamo detto più volte detto, l’intento che ci eravamo posti appare sempre più attuale: provare ad essere “sentinelle  del territorio” attraverso un’attività di contrasto culturale contro mafie e “pensiero mafioso”. Il “pensiero mafioso”: così abbiamo definito il pericolo da cui dobbiamo tutti difenderci, “cercare di ottenere quel che non ci meritiamo”, pensiero che può albergare anche in coloro che “mafiosi” non possono essere propriamente detti. “Pensiero pericoloso” perché può indurre ad avvalersi pure dei “servizi” che le mafie possono offrire, a conferma della frase scritta da Rita Atria all’indomani dell’uccisione di Paolo Borsellino:“(…) La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”».

Pnrr, una pioggia di miliardi sui territori, compreso il nostro: avete già segnali di un'attenzione particolare rivolta a queste ampie possibilità imprenditoriale? 

«Auspichiamo che le nostre amministrazioni siano in grado di utilizzare le risorse che arriveranno dall’Europa con consapevolezza, capaci di elaborare progetti e strategie coordinate e complessive, strategie che non si riducano a “grandi opere” a vantaggio  di “soliti noti” quanto piuttosto si realizzino “opere grandi” a vantaggio del bene lungimirante delle comunità. Le recenti dichiarazioni di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro e uno dei magistrati cardine nella lotta alla’ndrangheta e ai suoi “opportunisti”, rilanciano l’allarme: “Questo per le cosche è un momento magico. Puntano ai soldi del Recovery, mentre dall’agenda del governo scompare l’antimafia..(…) Le mafie non uccidono più. Oggi hanno una nuova arma: la corruzione.(…)”. Insomma, le parole di Gratteri non fanno che richiamare la storica “regola”: quando le mafie non fanno parlare di sé spesso significa che godono di ottima salute e conducono ottimi affari!»

Credete che le amministrazioni locali, la società civile, parlo sempre delle nostre aree di riferimento, abbiano strumenti per contrastare la presenza di malavita organizzata sui propri territori?

«Il primo baluardo contro le mafie è da molti considerato la nostra stessa Carta Costituzionale. A nostro parere, proprio nei suoi Principi Fondamentali si ritrovano tutti gli stimoli e le indicazioni a cui debbono fare riferimento comunità e amministrazioni che vogliano impegnarsi responsabilmente per costituire un baluardo culturale contro le mafie: la difesa della dignità dell’uomo, il diritto al lavoro, allo studio, alla salute; la tutela del territorio e della cultura; l’importanza della ricerca; i diritti riconosciuti agli stranieri. Facile comprendere quanto sia lungo il cammino ancora da compiere per costruire “anticorpi” efficaci che pongano le comunità al riparo dalle lusinghe devastanti delle mafie».

Il mensile L'Eco delle valli valdesi si può leggere e scaricare anche cliccando qui.

 

Foto di Vytautas Markunas SDB

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