Riconoscere di avere bisogno di Dio

Un giorno una parola – commento a Luca 5, 30-31

Dio non toglie la vita, anzi desidera che il fuggitivo non rimanga bandito lontano da lui
II Samuele 14, 14

I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai discepoli di Gesù: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati
Luca 5, 30-31

Eccoli là, in prima fila a mormorare e a giudicare. Quasi li vedo, sapienti e saccenti, sempre pronti a mettere in discussione tutti, tranne se stessi. Sanno tutto, eppure non sanno niente. Sono istruiti, esperti, eppure mostrano profonda stoltezza nel non riuscire a discernere ciò che si sta compiendo davanti ai loro occhi. Hanno studiato, si sono affermati, hanno potere di voto, decidono le sorti del popolo, conoscono la legge a memoria, eppure non riescono ad afferrare il grande dono che hanno davanti. Hanno davanti il Figlio di Dio, Colui che attendono da secoli, colui del quale le Scritture hanno sempre parlato, eppure non lo riconoscono, non riescono a scorgere in quell’uomo uguale a loro il creatore della vita, non arrivano a comprenderne la missione. Non riescono a concepire che il Figlio di Dio possa mescolarsi così intimamente con l’umanità, tanto da mangiarci insieme, da dormirci insieme, da viverci insieme. Preferiscono l’ideale di un dio distante, assiso sul trono, quasi sordo ed estraneo a tutto quanto sia terreno. Così, infatti, non rischiano alcunché, tenendo lontano un Dio che, altrimenti, diventerebbe ingombrante, quasi invadente. E invece il Maestro ama sporcarsi le mani, preferisce dimorare a casa di un esattore delle tasse sapendo che lì, la sua presenza, farà nuove tutte le cose, riuscendo a strappare dalle tenebre la vita di un malato cronico di peccato come Levi. 

Sono lì, a giudicare queste scelte; sono loro, i farisei, o forse siamo noi, che non riusciamo spesso ad ammettere che Cristo possa entrare in questa assurda comunione, che ci metterà in discussione e che non ci lascerà più in pace. Sono loro, siamo noi, coloro che hanno bisogno del medico, ma che prima dovranno imparare ad ammettere il proprio male.

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