Promesse climatiche: ottimismo o ipocrisia?

Le più importanti nazioni hanno promesso la carbon neutrality entro i prossimi decenni, ma è un traguardo realistico?

Il multi miliardario Bill Gates ha appena pubblicato un nuovo libro: How to Avoid a Climate Disaster (Come evitare un disastro climatico), non ancora pubblicato in italiano. Ormai da diversi anni l'imprenditore, che a lungo ha detenuto il titolo di persona più ricca del mondo, ha cominciato a dedicare una gran parte del proprio tempo (e della propria fortuna ancora immensa) nel contrastare la crisi sanitaria nelle nazioni in difficoltà, e quella climatica in tutte quante.

L’ipocrisia del titolo di questo articolo non fa riferimento a lui: non perché se ne escluda l’eventualità (proprio colui che ha passato buona parte degli anni ‘90 a lottare in tribunale contro il governo Usa ora chiede che siano i governi a guidare con forza la transizione energetica?), ma perché, nel presentare il proprio libro, sottolinea quella che secondo lui sarebbe un’assenza di realismo nel Green New Deal, il testo proposto dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez che pone l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality in un decennio negli Stati Uniti. “È una favola”, ha detto Gates al Guardian.

Sebbene la stessa intervistatrice, Emma Brockes, suggerisca che dietro a queste parole possa esserci un’opposizione più ampia alle politiche della deputata (ad esempio, quelle riguardanti il lavoro), la domanda è valida: tutti i paesi più ricchi e industrializzati hanno promesso di azzerare la propria produzione di CO2 nei prossimi decenni; ma è davvero possibile?

Prima di affrontare la risposta, occorre fare un passo indietro. La crisi climatica in corso è causata dalla grande quantità di gas serra emessa dalle attività umane. Per la maggior parte si tratta di anidride carbonica, o CO2, che una volta emessa contribuisce ad intrappolare nell’atmosfera maggiori quantità di calore solare, portando ad un progressivo aumento delle temperature globali. Per carbon neutrality non si intende esattamente l’azzeramento delle emissioni, bensì un equilibrio tra gas serra introdotti dalle nostre attività con azioni di “cattura” di  questi gas, in modo che la quantità di CO2 (ma anche di metano e altri gas) presente nell’aria resti sostanzialmente inalterata. Per ottenere questo risultato, tutti i principali osservatori, su tutti l’agenzia delle Nazioni Unite IPCC, indicano due strade da percorrere in contemporanea: una drastica riduzione di emissioni, grazie una decisa transizione verso fonti di energia pulite e rinnovabili, e l’implementazione di pratiche di assorbimento della CO2 già emessa, dalla piantumazione di alberi a varie complesse strumentazioni avveniristiche.

Arriviamo così agli obiettivi internazionali. Unione Europea, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud hanno stabilito di raggiungere questo traguardo entro il 2050, mentre la Cina ha indicato il 2060. Date ormai piuttosto vicine, tanto più se si considerano i checkpoint intermedi, sulla scia di scienziati e attivisti che indicano il decennio appena iniziato come quello cruciale per cambiare davvero rotta e salvare l’umanità dalle previsioni più pessimistiche. Entro il 2030, quindi, bisognerà esserci già avvicinati molto all’obiettivo finale.

Negli Usa, l’amministrazione Biden si è già mossa per invertire le politiche del predecessore Trump, promettendo appunto l’orizzonte del 2050 per la neutralità. Deutsche Welle ha raccolto le opinioni di alcuni esperti sulla fattibilità del suo piano: secondo loro sarebbe possibile, ma i fronti su cui agire sono molti, dall’industria all’agricoltura, passando per i trasporti, e l’unico modo per ottenere il risultato previsto è di andare davvero in fondo in ogni settore, missione tutt’altro che scontata. Senza contare la forte diversità dei singoli stati americani: se alcunihanno già adottato politiche virtuose, altri opporranno con ogni probabilità molta resistenza. La strada è decisamente in salita.

In Europa, lo scorso febbraio, a poche settimane dall’insorgere della pandemia da covid-19, veniva presentato il Green Deal, che comprende un investimento di mille miliardi per la transizione energetica necessaria. Il piano ha le basi per essere l’esempio mondiale sul tema, ma proprio la pandemia potrebbe averlo indebolito: gli investimenti previsti dal Recovery Fund hanno inizialmente previsto tra i beneficiari anche l’industria dei combustibili fossili, e sebbene in seguito si sia deciso di ritirare questa decisione, diversi attivisti ritengono che il settore riceva ancora troppo appoggio dall’UE.

Fin qui si è parlato però soprattutto di grande e forse eccessivo ottimismo, e non ancora di palese ipocrisia. In questo senso, pochi giorni fa è stato pubblicato un approfondimento della CNN riguardo a tre nazioni considerate particolarmente virtuose nella lotta al cambiamento climatico: il Regno Unito (la prima grande economia a porsi l’obiettivo della carbon neutrality), la Norvegia (dove grazie alla spinta governativa si acquistano ora più auto elettriche che a combustione) e il Canada (il cui premier Trudeau dichiara da tempo il ruolo di leader ambientalista del paese). Tutte e tre le nazioni, però, paradossalmente, basano una parte significativa della propria economia sull’estrazione ed esportazione di petrolio. Combustibile che però viene venduto all’estero e le cui emissioni, quindi, non vengono conteggiate tra quelle di cui le tre nazioni sono responsabili. Al momento, secondo quanto raccontato nell’articolo, non ci sarebbero nemmeno particolari intenzioni di rallentare o fermare l’estrazione. Anche chi viene indicato come particolarmente combattivo sul tema, quindi, rischia di dimostrarsi del tutto inadeguato, se osservato da un punto di vista che supera i confini nazionali.

E l’Italia? Il neonato governo Draghi promette di porre l’ambiente al centro della propria azione politica, tanto da voler modificare la Costituzione in tal senso. La promessa è quella di una ripresa economica che passi dalla transizione energetica, sulla linea dell’approccio europeo, ma buona parte dei partiti che appoggiano il governo, così come i ministri scelti dall’ex governatore della BCE, ha raramente messo la crisi climatica al centro delle proprie preoccupazioni. Occorrerà quindi osservare con molta attenzione l’applicazione di questa politica nei fatti, per capire se si tratti effettivamente di realistico ottimismo o invece di malcelata ipocrisia.

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