Fare informazione corretta in tempi di pandemia

Appassionato il dibattito sul ruolo della comunicazione in questi tempi di Covid: gli errori, le storture, la verifica dei dati e ciò che non si è potuto raccontare

Si è svolto venerdì 28 a Torre Pellice, presso la Casa valdese, l’incontro “Informazione al tempo dell’emergenza” organizzato dal settimanale Riforma insieme al Centro culturale valdese nell’ambito della Settimana #senzasinodo. La serata si è aperta con i saluti del direttore del settimanale Riforma Alberto Corsani, che ha fatto un appello a un uso «buono» della lingua italiana e di parole buone, sottolineando l’importanza del ruolo dell’informazione. Ha fatto eco il moderatore della serata, Gian Mario Gillio, parlando dell’esigenza di essere “scorta mediatica” per tutti i giornalisti minacciati e di mantenere alta l’attenzione sulla libertà di informazione.

Prima ospite a parlare è stata Sabrina Giannini, giornalista d’inchiesta RAI3/Indovina chi viene a cena, su “La comunicazione d’inchiesta”.

«Ricordo, a inizio emergenza a Milano, di aver visto gli scaffali dei supermercati vuoti. Mi ha colpito in particolare vedere quelli della carne spazzati via – ha detto Giannini –. Penso che si sia attivata la parte più arcaica e irrazionale dell’uomo. Fare la scorta alimentare era l’ultima cosa che si doveva fare in quella circostanza. È proprio il fattore alimentare ad essere una delle principali cause delle epidemie emergenti, in particolare l’allevamento intensivo».

Nel denunciare come il Covid abbia dimostrato «l’impreparazione di noi giornalisti e dei politici – ha continuato Giannini – ricordo ancora che già a ottobre, con i primi casi nascosti, ci sono state simulazioni negli ospedali. E che in una riunione a New York finanziata dalla Fondazione Gates, economisti, medici e biologi discutevano dei pericoli di un’epidemia. Molti studiosi nel mondo da anni immaginavano questo scenario (già 17 anni fa con la SARS), proprio in Cina e in Indonesia, dove esistono troppi coronavirus e troppi fattori di rischio, fra cui la vicinanza ad animali selvatici, con mercati umidi dove cani, gatti, polli e pipistrelli stanno ammassati in gabbie, o dove il taglio di foreste ha stravolto gli equilibri. Il 75% delle malattie infettive sono zootiche e sempre in aumento. La natura si autoregola e noi stiamo creando uno squilibrio insostenibile. Non si tratta solo di cambiamento climatico, ma di sottovalutazione del rischio».

La giornalista Federica Tourn ha parlato di “Comunicazione in tempi di emergenza. Ciò che non si è potuto raccontare”.

«Il lockdown ha avuto un impatto doppio, sulla mia vita privata, come tutti, e sulla mia vita professionale. Siamo stati tutti incollati alla televisione a vedere il bollettino delle 18. Il bollettino era quello dei numeri e non era mai successo prima, tutti a sentire la conta tragica in un crescendo, fino alle pubblicità che proclamavano che “saremo forti, ne usciremo”. La notizia veniva fatta dalla notizia del bollettino, una serie di numeri che nessuno di noi poteva verificare, e il Covid è stato a lungo l’unico argomento in un primato di retorica. Poi abbiamo visto che i numeri erano opinabili assai» ha detto Tourn, osservando anche come per un periodo molto lungo la terminologia usata è stata quella bellica: «è una guerra, la prima linea e poi i caduti, gli eroi, e i martiri…che poi noi protestanti abbiamo anche un po’ di problemi su questo concetto di martirio» ha continuato la giornalista. 

Insomma, l’informazione ai tempi del Covid ha creato «un immaginario collettivo di persone smarrite in un problema gigantesco mai visto prima, e ne saremmo usciti solo se fossimo rimasti a obbedire». Dopo, ha iniziato a emergere anche il problema di come l’informazione avesse lavorato. «Abbiamo parlato di quello che era successo, di chi era morto, della scuola, della didattica a distanza, ma abbiamo iniziato a chiederci se ci dicessero la verità, anche in modo critico, a volte isterico, in un egocentrismo di massa, e sta succedendo ancora». Ha proseguito Tourn: «Quando ho intervistato i medici di un ospedale Covid in provincia di Cuneo mi hanno detto “bisogna vedere i polmoni delle persone che sono morte per capire che siamo di fronte a qualcosa di mai visto prima”. Ma è calato un enorme sipario su cose che non sapremo mai. Il fatto di non poterci muovere ci ha fatto vivere sulla pelle quello che migliaia di persone vivono ai confini, nelle frontiere, nei campi profughi, a avrebbe dovuto renderci più consapevoli su quello che accade. Invece, i migranti non sono stati considerati in modo più benevolo e i corpi non sono più soggetti di diritti, ma controllati, in una logica securitaria. I Paesi europei hanno approfittato del Covid per fare svolte anti-democratiche, per chiudere e fare piazza pulita dei diritti» ha concluso.

Donatella Barus, responsabile comunicazione Fondazione Umberto Veronesi, è intervenuta su “Pandemia e comunicazione medica”. 

Le autorità sanitarie avevano già dato dei dettagli operativi: «L’OMS aveva dato indicazioni di procurarsi reagenti per i tamponi, per organizzare ospedali da campo e terapie intensive, addirittura per lo smaltimento delle salme.  (indicazioni OMS). Già nel 2019 gli aggiornamenti OMS pubblicavano lista delle minacce per la salute globale negli anni a venire, fra cui l’inquinamento atmosferico, la diffidenza vaccinale e un rischio pandemia per il quale si stimava come molto probabile che un coronavirus arrivasse al passaggio di specie» ha spiegato Barus. Non si trattava di «capire se arriverà, ma quando arriverà e quanto gravemente, per il fatto che non abbiamo strumenti di cura efficace». Nel ripercorrere le tappe dal 9 gennaio, in cui l’OMS annunciava forme molto gravi respiratorie, al caso Codogno, Barus ha proseguito: «Anche noi giornalisti sentivamo il bollettino delle 18 e ci chiedevamo cosa volessero dire con questi numeri, non è stato facile capire quali fossero le informazioni utili da dare. Se so una cosa, in genere la verifico e la racconto, ma quando si parla di salute ci sono implicazioni differenti. Dobbiamo ricordarci il nostro testo unico all’articolo 6. Dobbiamo informare, ma abbiamo il dovere di rispettare i diritti delle persone malate. Invece ho visto casi di ridicolizzazione dei sentimenti delle persone, malati esposti nelle terapie intensive. Il mio dovere  - ha concluso Barus - è offrire una risposta degna e adeguata, evitare sensazionalismi che potrebbero far sorgere timori o speranze infondate, ho il dovere di dare la misura, di diffondere notizie sanitarie solo se verificate con autorevoli fonti scientifiche». 

Ma chi sono le autorevoli fonti scientifiche, spesso in contraddizione fra loro? «Parlando di scienza e salute, dobbiamo ricordare che stiamo maneggiando informazioni complesse e mutevoli. Sta al giornalista capire che quello che si sa oggi potrebbe non essere lo stesso fra 6 mesi e deve trovare un modo onesto e trasparente di comunicarlo. Anche se è difficile, non posso spiegarla male. La gente vuole capire».

Ultimo intervento, quello di Davide Rosso, direttore del Centro culturale valdese, su “L’informazione evangelica al tempo dell’epidemia di spagnola”. Molte le suggestioni storiche e storiografiche del suo discorso, a partire dalla considerazione che in effetti nella documentazione dell’epoca sembra che «manchino dei pezzi». Se avessimo raccontato meglio la storia della spagnola «ci avrebbe aiutato oggi a raccontare questa che stiamo vivendo noi» ha detto Rosso. 

«I numeri della spagnola sono un problema… Vista dai giornali protestanti italiani che raccontavano la loro realtà del momento, nelle comunità valdesi e protestanti di quegli anni fra il 1918 e il 1920, non viene fuori quasi nulla. Bisogna fare il paragone con i morti del 1917, dove ci sono anche i morti della guerra, a Torino fra il ‘17 e il ‘18 la comunità valdese raddoppia il numero dei morti, passa da 34 a 68/70. Ma non è scritto da nessuna parte se sono morti di spagnola, quindi possiamo solo intuire. Quanto al paragone con la guerra, cento anni fa avremmo dovuto comunicare qualcosa che faceva molti più morti: le stime parlano di una cifra fra i 21 e i 50 milioni di morti. Per il Covid oggi ci sentiamo smarriti, ma immaginate la situazione dei nostri nonni e bisnonni nel 1918. Ogni famiglia aveva il suo morto in guerra e il suo morto di spagnola. Noi oggi siamo bombardati dalle notizie, allora nessuno mi diceva nulla, anche se qui avevano chiuso il cinema, la fabbrica, gli esami erano stati rimandati e le scuole erano chiuse o con lezioni ridotte, perché alcuni erano in guerra, altri malati, sia gli studenti sia gli insegnanti”. Le notizie erano poche e nascoste. Ma ieri come oggi, evidentemente, secondo Rosso, bisogna vedere “Il rapporto fra il potere e il giornalismo». 

Foto di Pietro Romeo

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