Trovare un senso

Il pomeriggio della Giornata teologica “G. Miegge” ha esplorato le inquietudini dei credenti, tra ricerca di senso, individualità, responsabilità

Mercoledì 26 agosto, all’interno della settimana di appuntamenti “Generazioni e rigenerazioni”, si è svolta la giornata teologica “G. Miegge”, uno degli appuntamenti più attesi del periodo sinodale, divisa in due parti distinte. La mattina (ne avevamo scritto qui) ha visto gli interventi dei teologi e pastori Corinne Lanoir, Fulvio Ferrario e Angelo Reginato, sul tema «Predicazione e vita: quale incontro? Predicazione per costruire speranze». 

Nel pomeriggio, il filo conduttore è stato il libro di Sabina Baral e Alberto Corsani “Credenti in bilico. La fede di fronte alle fratture dell’esistenza” uscito per Claudiana a metà febbraio, a ridosso dello scoppio dell’emergenza Covid-19, una coincidenza che (è stato notato) ha pesato non solo sulla fruizione e ma anche sull’interpretazione del libro.

A fare da guida in questo viaggio nell’interiorità è stato Romano Madera, filosofo e psicanalista, docente universitario, fondatore dell'analisi biografica a orientamento filosofico (abof), nonché membro della chiesa valdese di Milano, interrogato, potremmo dire pungolato, da Bruna Peyrot, autrice di uno dei contributi del libro, e presidente della Fondazione Centro culturale valdese, che da tradizione organizza la giornata.

Il passato può essere un macigno che ci pesa addosso o qualcosa che ci aiuta a vivere, ha esordito Peyrot, mettendo di fronte all’uditorio uno degli elementi chiave del pomeriggio: il rapporto con la storia – la propria, e quella del gruppo in cui (non) ci si riconosce – che può essere conflittuale, non risolto, sempre aperto a nuove interpretazioni. La «piattaforma teologica» offerta dal volume, ha osservato, mette il dito su un tema poco trattato e difficile da affrontare, il confine fra teologia ed esperienza di fede, cioè tra un impianto solido e qualcosa di incerto e spesso contraddittorio.

La questione, ha esordito Madera richiamando le relazioni del mattino, è capire se e come il «patrimonio di saggezza antica» ci aiuta oggi, e come si rapporta con le teologie (al plurale). La questione comune a entrambe è il modo di vivere, che non sempre va di pari passo con l’elaborazione del pensiero: una questione è scrivere di teologia, altra cosa è il proprio credo personale e l’applicazione nella vita concreta. Quel che è certo, innato e vitale, è che ognuno di noi è «alla ricerca di senso», di un orientamento (tema che emerge anche dal volume), qualcosa che, secondo Madera, ci «renda in grado di benedire ma anche sopportare la vita».

Da qui il discorso si sposta inevitabilmente sulla centralità del singolo, filo conduttore del libro e della discussione, e non privo di elementi conflittuali: dalla constatazione dell’esasperazione del singolo (e della difficoltà di conciliarla con l’aspirazione a essere comunità) oggi, alla necessità di ripartire da noi stessi, da una consapevolezza di sé, rara ma indispensabile per incontrare l’altro. Il concetto di individuo (la categoria più universale che esista, ha sottolineato Madera, che precede ogni altra categoria e ci accomuna tutti) è stato un nodo della discussione, considerando che “ripartire dall’individuo” non significa idolatrarlo o ignorare la sua contraddittorietà: anzi, ha puntualizzato il filosofo, l’armonia che egli (o ella) può raggiungere come cristiano, come credente, tiene conto di tutte le disarmonie che lo o la compongono, in primis la dinamica tra libertà (talvolta mal-intesa come libertà di fare tutto ciò che mi pare”) e responsabilità.

Non stupisce - e anzi appare, a questo punto, molto azzeccato - il titolo del libro, che sottolinea il fatto che a essere “in bilico” sono i credenti, non la fede, la quale (ha ben sintetizzato il pastore Bruno Rostagno intervenendo dal pubblico)«non cade, ma accade».

Resta il fatto che il disorientamento è reale, e in questo, secondo Madera, è forte la responsabilità delle tradizionali “agenzie di senso” (quali le chiese) oggi «sfasciate»: ma non è necessariamente un male, che dal dopoguerra le istituzioni abbiano perso credibilità e siano entrate in crisi.  «Questo mondo è intollerabile – afferma – e chiama per essere rovesciato come un calzino: chiama alla conversione (concetto non solo religioso), cioè a un’inversione di rotta, un cambiamento di senso». Come emerge dai dati sociologici, peraltro (ha osservato Peyrot), alla crisi delle istituzioni religiose non corrisponde una perdita di domanda di senso e di spiritualità, al contrario assai forti. Forse, ha puntualizzato Sabina Baral intervenendo in conclusione del dibattito, «è giunto il momento di indagare questi bisogni, le varie pietà e spiritualità che emergono all’interno delle nostre chiese, ponendosi anche la domanda: abbiamo ancora dei riferimenti comuni a cui appoggiarci?».

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