Si può guarire dal razzismo?

A Charlotte, Carolina del Nord, l’emergenza Covid-19 ha creato le condizioni per rimarginare una ferita secolare tra due chiese presbiteriane

A Charlotte, la città più grande della Carolina del Nord, ci sono due chiese presbiteriane che portano quasi lo stesso nome ed erano divise, da sempre, da una profonda ferita: la First Presbyterian Church, fondata nel 1821, e la First United Presbyterian Church, nata nel 1866. Che differenza c’è tra queste due chiese, a un tiro di schioppo l’una dall’altra, a parte l’anno di fondazione e le dimensioni (2000 membri la prima, 165 la seconda)? Che una è frequentata da bianchi, l’altra da neri.

La storia, raccontata qui da Presbyterians Today, narra che fino alla guerra civile, gli schiavi si recavano al culto, insieme ai loro padroni bianchi, nella First Presbyterian. Quando le tensioni crebbero e divenne impossibile per i neri continuare a sedere nei banchi, essi furono relegati nelle gallerie, e poi, una volta “liberati” dopo la fine della guerra, “confinati” nel seminterrato della chiesa.

Il paradosso era che la libertà aveva portato una maggiore segregazione, e gli ex-schiavi capirono ben presto che non avevano scelta, dovevano lasciare la First e costruirsi il proprio luogo di culto. Gli anni e i decenni passarono, racconta l’attuale pastore della First United, Lorenzo Small, ma questo non cancellò la ferita e il risentimento, che al contrario passò di generazione in generazione. Il pastore Small, arrivato nella comunità tre anni fa, si è accorto subito che, per ricreare l’unità fra le due comunità, era necessario riconoscere il profondo dolore che ormai era diventato parte del Dna della First United. «Le ferite sempre in evoluzione della schiavitù, del razzismo e dei trattamenti indegni, erano diventati una divisione morale fra noi», afferma il pastore Small. «Eppure, molti volevano superare l’eredità del dolore», da entrambe le parti.

Il pastore della First Presbyterian, la “chiesa bianca”, Pendleton Barnes Peery, racconta gli sforzi fatti dalla comunità per guarire la ferita multigenerazionale e colmare il divario. Questo percorso, faticoso e non facile, ha impegnato l’ultimo decennio, in cui le due chiese hanno cominciato a muoversi verso la riconciliazione, con un incontro annuale di studio di quattro settimane e un pranzo comunitario. Eppure, restava qualcosa di non detto, anche quando la fiducia reciproca si era consolidata: un «autentico e difficile» dialogo sul tema del razzismo.

E bastavano episodi analoghi a quello dell’uccisione di George Floyd (un caso praticamente identico, nel settembre 2016, accaduto a Charlotte), per riaprire dolorosamente le ferite.

Ma fatti come quello hanno anche innescato nella comunità della First Presbyterian Church una riflessione più onesta sul tema della razza, osserva il pastore Peery, una presa di coscienza sul ruolo della razza e del razzismo nella sua storia, e sul fatto che quella ferita li riguardasse personalmente.

La comunità ha così cominciato a scavare nella sua storia di pregiudizio e razzismo, arrivando a scrivere una lettera alla chiesa sorella, chiedendo perdono, riconoscendo che «c’erano stati atti di razzismo, pregiudizio, indegnità e indifferenza perpetrati da membri della nostra congregazione, atti che avevano contribuito alla separazione» fra le due comunità di fede.

Le due chiese, riavvicinate, hanno concordato di celebrare insieme il culto due volte all’anno, nell’una e nell’altra sede. Ma poi è arrivato il Covid-19 a scombinare tutti i piani. Che fare?

Paradossalmente, l’emergenza sanitaria ha accelerato il percorso di riavvicinamento: nell’impossibilità di celebrare culti dal vivo, i due pastori hanno deciso di celebrarli insieme, ogni domenica, fianco a fianco, seppur a distanza di sicurezza. Dalla fine di marzo, i due pastori hanno tenuti i culti alla First Presbyterian, da dove il culto viene teletrasmesso, da 65 anni, a 20.000-30.000 famiglie.

Il ringraziamento per questa iniziativa è arrivato al pastore Lorenzo Small nella forma più concreta e tradizionale, attraverso decine di lettere e cartoline scritte a mano, che esprimevano la gioia di vedere finalmente guarite, almeno qui, le ferite dello schiavismo: come ha commentato il pastore Pendleton Barnes Peery, «il potere di Dio trascende davvero il caos, la crisi, le profonde ferite e secoli di rotture. Il potere di Dio è più forte di tutto ciò. Non è mai troppo tardi per riconciliarsi, in Dio, in Gesù Cristo, c’è sempre un’opportunità».

 

Foto: la First Presbyterian Church (a sinistra) e la First United Presbyterian Church (a destra) di Charlotte, via Google Street View.

 

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