Le mascherine della solidarietà

800 dispositivi sono stati cuciti a mano e inviati a Rosarno da una rete di solidarietà che si è attivata nelle Marche. Da ieri, gli operatori di MH li stanno distribuendo ai migranti che vivono nella Piana di Gioia Tauro. Perchè possano almeno proteggersi, in attesa che i ghetti vengano smontati

 

800 mascherine, realizzate a mano, inviate a Rosarno e distribuite, da ieri, ai migranti che vivono nella Piana di Gioia Tauro, dai due operatori di Mediterranean Hope, il programma migranti e rifugiati della FCEIIbrahim Diabate e Francesco Piobbichi.

Una storia, quella delle mascherine, di solidarietà “dal basso”. Sono stati infatti create da una rete organizzata da Lucia Mielli, instancabile responsabile infermieristica del distretto sanitario a San Benedetto del Tronto, quindi a sua volta in prima linea nella lotta alla pandemia, che ha mobilitato a sua volta una serie di persone e associazioni.

 «In una situazione di profonda emergenza ed in un contesto profondamente critico non è mancata la fiducia nel bene – raccontano i promotori dell’iniziativa – . Il tutto è partito da una telefonata con richiesta di aiuto per la carenza di dispositivi di protezione da parte del personale sanitario che opera in un ospedale covid a San Benedetto del Tronto e per persone che si trovavano in profondo disagio: una situazione di profonda precarietà che ha generato un tam tam collaborativo e di gratuità per mettere in moto la produzione tessile di mascherine lavabili e non certificate».

A questo punto, si è messa in moto la macchina della solidarietà: diverse realtà e persone che, secondo le loro possibilità e competenze, hanno dato il loro contributo. «Le prime ad essere coinvolte sono state le Suore Oblate che stanno gestendo una progettualità sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno chiamata “Laboratorio di frontiera” e che vede il coinvolgimento di donne in situazione di disagio nella produzione di capi tessili. Il Laboratorio di Frontiera è un laboratorio polivalente rivolto a quelle persone, soprattutto giovani donne – si legge sul sito del progetto -, che vivono fuori dal riconoscimento della dignità di persona e della valorizzazione sociale, donne vittime di violenza, di tratta, ex detenute o soggette a regime di arresti domiciliari, donne dei quartieri più a rischio devianza su cui le difficoltà economiche, morali e sociali pesano in modo più pressante».

Le Suore Oblate, attraverso la loro collaboratrice Francesca Mozzoni e con il coinvolgimento dell’Associazione Superfac di Spinetoli, hanno contattato «oltre 12 sarte del territorio che hanno manifestato la propria gratuita disponibilità a produrre le mascherine. La Congregazione delle Suore Oblate e l’Associazione Superfac hanno anche messo a disposizione risorse finanziare per acquistare le materie prime necessarie per realizzare i dispositivi di protezione. A seguire, sono stati contattati amici e conoscenti per fornire ulteriori preziosi supporti nella produzione di mascherine; ed ecco che in poco tempo si è generata una squadra di alto valore. Si è coinvolto Bruno Bucciarelli dell’omonimo Gruppo Bucciarelli laboratorio analisi che ha fornito le istruzioni necessarie ed i modelli per procedere alla realizzazione delle mascherine ed ha dato la disponibilità sua e della propria impresa a procedere gratuitamente alla sterilizzazione delle mascherine. Alcuni imprenditori hanno donato materiale tessile, altri hanno venduto tessuto a prezzi competitivi.

Ma c’era uno scoglio importante da superare che era rappresentato dalla difficoltà di spostamento. Ed è per questo motivo che si è immediatamente aggiunta alla squadra Albarosa Clerici, presidente dell’Associazione Amici Disparati di Spinetoli e socia della ditta GLS con sede a Monteprandone, che ha assicurato la logistica per la consegna dei tessuti garantendo un collegamento costante tra le parti in gioco. Alla squadra si è poi aggiunto Domenico Sacconi, proprietario di Kiro, azienda produttrice di cashmere, che ha partecipato alla realizzazione dei dispositivi di protezione mettendo in campo le proprie risorse e le competenze del settore e le capacità produttive. I tessuti sono stati consegnati dalla ditta lom fashion di Mancini».
Il risultato? «Sono state prodotte e sanificate circa 3000 mascherine lavabili. Le prime 800 mascherine sono state consegnate a Rosarno per proteggere i ragazzi coinvolti nella raccolta degli ortaggi. Le prossime consegne verranno fatte alle forze dell’ordine fino ad aiutare gli operatori sanitari del territorio e le organizzazioni del terzo settore». E oltre alle mascherine, conclude la rete solidale, «si è generata fiducia, e quando c’è la fiducia la comunità rinasce, cresce, ha il germe della generatività, diventa luogo di creatività».

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