Chiese e politica ambientale

Diverse chiese ed entità della società civile hanno cominciato a disinvestire dalle compagnie petrolifere: un gesto concreto per contrastare il cambiamento climatico

Disinvestire dalle industrie di combustibili fossili: un impegno che molte chiese (e non solo loro) stanno prendendo, in diverse parti del mondo.

Di pochi giorni fa la notizia che il Cec, Consiglio ecumenico delle chiese, ha appoggiato un appello ecumenico congiunto di chiese e organizzazioni religiose, che chiede ai partecipanti di smettere di investire in questo tipo di società «prima possibile e in ogni caso entro cinque anni» e ovviamente, a chi al momento non ha investimenti di questo genere, di non cominciare a farlo. 

L’appello sarà lanciato ufficialmente proprio in Italia, ad Assisi, in occasione della conferenza mondiale “L’economia di Francesco” dal 26 al 28 marzo prossimi (vedi qui la notizia, riportata dall’agenzia Nev - Notizie evangeliche). L’iniziativa è promossa da varie organizzazioni, Movimento Cattolico globale per il clima, Green Anglicans e GreenFaith, guidate da Operation Noah, associazione cristiana ecumenica inglese fondata nel 2004, che si occupa specificamente di cambiamento climatico, e che già nel 2013 aveva lanciato Bright Now, campagna rivolta alle chiese britanniche per il disinvestimento in compagnie che producono combustibili fossili.

Oltremanica questo tema è ormai all’ordine del giorno, e non riguarda ovviamente soltanto le chiese ma l’intera società civile, ricordiamo per esempio l’iniziativa del Guardian di cui abbiamo parlato pochi giorni fa (vedi qui l’articolo), in cui il famoso quotidiano ha annunciato l’impegno a rinunciare alle pubblicità (e relativi introiti) di questo tipo di aziende.

Ma l’impegno ambientale in questo settore particolare è sentito anche oltreoceano, negli States di Donald Trump in cui la sensibilità ambientale è profondamente diversa, così come le politiche ambientali. Qui, la Chiesa presbiteriana ha stilato una “lista nera” di compagnie da cui disinvestire approvata dall’Assemblea Generale del 2018, sulla scia del lavoro cominciato già nel 2016 (qui si può leggere la notizia). La lista, aggiornata lo scorso ottobre, include oltre alle aziende non attente all’ambiente, quelle implicate nella violazione dei diritti umani (riguardo ai lavoratori e, in molti casi, alle popolazioni indigene), nel commercio di armi, oltre alle 10 principali compagnie di tabacco. A metà gennaio, il Committee on Mission Responsibility Through Investment (Mrti) ha proposto di inserirne altre tre (Marathon Petroleum, Valero Energy e ExxonMobil), che hanno ottenuto un punteggio molto basso secondo le linee guida stabilite dalla stessa Mrti per valutare l’impatto sociale e ambientale, la trasparenza della loro gestione, le strategie di queste aziende. Questa valutazione dovrebbe essere, tra l’altro, di sprone a queste aziende per migliorare la loro reputazione, così come gli incontri (ben 31 dal settembre 2018 a oggi) avuti dal Mrti con le aziende “incriminate” per convincerle a seguire queste linee guida.

La proposta di inserire queste tre aziende, tra le principali compagnie petrolifere statunitensi, nella “Black list” è ora al vaglio del Presbyterian Mission Agency Board, che dovrebbe prendere a breve una decisione e trarne un rapporto che sarà poi diffuso online. La decisione sarà poi sottoposta all’assemblea generale che si terrà la prossima estate (20-27 giugno). Se questa raccomandazione sarà approvata, la PcUsa sarà uno dei primi organismi a disinvestire in modo selettivo da specifiche compagnie esclusivamente in ragione della politica ambientale.

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