30. Auguri alla famiglia Simpson!!!

La nota serie televisiva che ha raccontato  la vita a Springfield, ha compiuto trent’anni tra mille polemiche, fan sfegatati e tanta teologia

Trent’anni, anche il cartone animato I Simpson inizia ad avere una certa età. Il primo episodio andò in onda il 17 dicembre del 1989 con il titolo: Un Natale da cani. In poco tempo la serie ottenne una tale notorietà da apparire tra i 30 show più visti tra il 1989 e il 1990. 

«La cattiveria, la scorrettezza sfrenata, la ferocia a tratti disarmante dei Simpson sono il frutto di una scelta consapevole con finalità liberatorie. Dunque, profondamente etica. Le vicende sono ambientate in quel “territorio franco nel quale abitano, alla rinfusa, luoghi comuni e manie, paure e passionacce, revival e nostalgia”», così scrive nella bella prefazione Gioele Dix preparata per il libro di Brunetto Salvarani Il Vangelo secondo i Simpson, uscito per la Claudiana editrice qualche anno fa ma riproposto nella seconda sua edizione aggiornata e rivista solo l’anno scorso.  

Una parentela con la narrazione biblica, quella del cartone animato che offre «il peggio (ma a volte anche il meglio) di uomini e donne, con linguaggio scarno, senza mediazioni o allusioni», prosegue Dix, «in una società molto spesso imbarazzata dalle dimostrazioni pubbliche della spiritualità e della fede, i Simpson – famiglia litigarella, rumorosa e normalissima della classe lavoratrice di una città della provincia americana – aiuta a riflettere sui nostri timori e le nostre speranze, religiose e non. Ci parla della condizione umana, di noi, della nostra fatica di capire gli altri ma anche di capirci, insomma, del nostro mondo, e di cosa ci fa – ancora? – in esso, colui che nel nostro oggi ci ostiniamo a chiamare Dio. Un’opera che si legge tutta d’un fiato e che alla fine – esattamente come accade dopo la visione di un episodio dell’amata serie – ti costringe a desiderare una successiva puntata».

Come prevedibile, per i temi affrontati la serie fu ed è tutt’ora oggetto di critiche negli Stati Uniti per vari motivi, che non sono bastati a frenarne il successo, a causa della personalità di Homer Simpson (il marito alcolizzato e irresponsabile) e del figlio ribelle Bart che crea enormi pensieri alla mamma Marge sempre in equilibrio per risolvere gli imprevisti in famiglia grazie al suo pizzico di sana e brillante follia d’amore, malgrado tutto. Una luce nel buio è sempre stata la figlia secchiona Lisa,  unica certezza di normalità e di serietà, sempre pronta ad accudire (al posto della madre impegnata a fare da mamma al marito), la piccola sorellina Maggie, anche se abituata, per cause di forza maggiore, a gestirsi da sola. 

«Uno degli elementi che possono spiegare il successo della serie raccontava Luciano Grandi in una bella recensione della prima edizione del libro di Salvarani (sempre claudiana) Da Bart a Barth sul sito il Dialogo.org, «É proprio il fatto che la serie è imperniata su una famiglia istituzione al centro dell’attenzione sociologica, per le sue evoluzioni e trasformazioni e mai sufficientemente conosciuta. La famiglia Simpson mette in scena “una famiglia americana qualunque, capace però di fare vedere in contro luce l’eccezionalità di ogni storia, di ogni vicenda umana, persino della più (apparentemente) banale e frustrata” (pag. 36). 

E che non si tratti di un’intuizione isolata di Salvarani, lo si evince dalla bibliografia che viene indicata a corredo del testo e dalla quale ricaviamo l’elenco di saggi e interventi di filosofi e letterati che hanno visto ne i Simpson una cartina di tornasole del nostro quotidiano, con le sue ansie e i suoi interrogativi, le spinte all’indifferenza e la nostalgia di un passato migliore e che non tornerà più. 

L’analisi contenuta nel libro sottolinea come ne I Simpson i temi religiosi, i riferimenti al sacro siano molto presenti. É frequente, infatti, il rivolgersi direttamente a Dio, il parlare di lui, in modo non superficiale, ma anzi permettendo di sviluppare riflessioni sul senso dell’esistenza, dei legami familiari, dell’amicizia, sul ruolo e le modalità di un confronto tra fedi che appaiono tra i personaggi che affiancano i protagonisti: un fatto non scontato non soltanto per il mondo dei disegni animati, ma più in generale anche per l’intera programmazione televisiva. 

Un dato che vale non soltanto per l’esperienza americana - molto attenta sua a non urtare le componenti tradizionaliste della sua compagine sociale, sia a non interferire con alcuni dei tanti gruppi religiosi attivi - ma anche per quella europea. La religiosità espressa dal capo famiglia, Homer, dal pastore Lovejoy e dagli altri adulti, rappresenta una comunità in crisi, dove la Parola non riesce a scalfire un crescente senso di assopimento provocato “dall’incapacità di proclamare la differenza evangelica” (pag. 52). 

Come avviene anche nella realtà, il tiepido Homer deve confrontarsi con un integralista cristiano, il vicino di casa Neil Flanders che incarna “l’enorme influenza della religione sull’etica, senza alcuna mediazione: ai suoi occhi moralmente giusto significa semplicemente comandato da Dio e moralmente sbagliato sta per vietato da Dio “(pag 55). 

Il microcosmo di Springfield, la cittadina dove si svolge la vita dei personaggi, è interessato da un pluralismo religioso che provoca discussioni e interrogativi: la narrazione di Groening (il creatore della serie) riesce a sollecitare lo spettatore sulla necessità “di interagire in modo creativo con l’ambiente nel quale siamo immersi, di favorire la crescita di una relazione armonica, di un arricchimento reciproco […] di un dialogo che non accetta di rinunciare alla propria identità” (pagg. 71-72). 

L’elenco di episodi analizzati da Salvarani dimostra la quantità di temi complessi affrontati. Tra questi l’anima (e le sue definizioni) e la morte; dai quali si può leggere, riflessa, la condizione del cristianesimo contemporaneo: “Un’adesione generalizzata alla religione cristiana senza però credere alla resurrezione dei morti, ma piuttosto alla reincarnazione, lasciando intravedere una plurima appartenenza religiosa o pseudoreligiosa” (pag. 81)». 

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