Dacci oggi il nostro ecumenismo quotidiano. Il convegno "Migranti e religioni"

Si è conclusa ieri a Roma, l'annuale edizione del convegno che ha visto la partecipazione di rappresentanti di varie chiese e confessioni religiose, oltre che di esponenti della società civile impegnati a diverso titolo nell'accoglienza e nell'integrazione delle persone migranti

Accogliere i migranti e combattere ogni giorno la xenofobia: un impegno prioritario per le chiese, riunite nei giorni scorsi a Roma nell’annuale convegno ecumenico promosso dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (Unedi) della Conferenza episcopale italiana (Cei), insieme ai rappresentanti delle chiese cristiane in Italia. Un impegno che le diverse confessioni riunite pare si vogliano assumere in prima persona e sempre di più.

Mercoledì 20, la sessione conclusiva del convegno si è aperta con una meditazione a cura del rabbino Benedetto Carucci Viterbi, meditazione che ha preso le mosse dalla figura di Abramo come modello della tradizione ebraica: «di fronte al rapporto con l’altro che ha bisogno, anche il rapporto con dio viene in secondo piano. Abramo mostra l’urgenza di ospitare chi è altro da noi, ovvero che l’ospitalità è prevalente sull’immanenza di Dio». L’esperienza migratoria, secondo il rappresentante del mondo ebraico, riguarda tutte e tutti: «nessuno è salvo dall’ipotesi della migrazione, tutti siamo potenziali migranti, non certi stanziali, da Adamo in avanti».

Al termine del contributo di Carucci Viterbi, si sono alternate alcune testimonianze di “chi accoglie”, dopo quelle di chi è stato accolto, ascoltate dai partecipanti all’assemblea nel pomeriggio di martedì 19. Tra gli “accoglienti”, introdotti dalla pastora Mirella Manocchio, presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia, suor Eleonora delle Missionarie Serve dello Spirito Santo, che ha annunciato la prossima accoglienza, dopo altre esperienze di questo tipo, da parte della sua comunità di una famiglia afghana proveniente dal campo profughi di Lesbo. Stefano Specchia, operatore di Mediterranean Hope, programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, che si occupa dell’assistenza legale ai beneficiari dei corridoi umanitari e della loro accoglienza, ha poi spiegato «cosa significa essere un rifugiato», invitando i presenti a mettersi nei panni di chi migra, pensando a questa condizione come al «lutto più grande che si abbia provato nella propria vita».

E nell’accoglienza dei migranti dovrebbe anche essere incluso il rispetto del pieno diritto alla libertà e all’espressione della propria fede. Un diritto che non sembrerebbe invece essere garantito sempre e comunque.

Per l’avvocato Ilaria Valenzi, consulente legale della Fcei, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia «il pluralismo religioso è un diritto di tutte e tutti e i luoghi di culto non sono solo spazi fisici ma anche simbolici.  La Consulta più volte si è espressa per libertà di culto nel nostro Paese», a testimonianza del fatto che esiste comunque un divario tra culti “maggioritari” e religioni che rappresentano in qualche modo una minoranza. «Alle religioni – ha concluso Valenzi – appartiene il concetto di uguaglianza e quello di giustizia, come dicono gli articoli 2 e 3 della Costituzione».

Anche monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Diocesi di Milano, si è posto la domanda del «perchè abbiamo bisogno più luoghi di culto?», intesi come «luoghi di transito e non di esclusione».

Dunque la libertà religiosa, garantita per legge, sancita dallo Stato ma non sempre praticata in modo eguale da tutti, alla base di un approccio ecumenico all’intreccio tra fenomeno migratorio e fedi.

«Ogni cultura è per sua natura meticcia – ha dichiarato monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana (Cei), nelle conclusioni del convegno – . Occorre ricordare che sono quasi 70,8 milioni le persone in fuga, 10,8 milioni costrette a fuggire ma all’interno dei loro paesi, 37mila i nuovi sfollati ogni giorno, e ricordare che nel 2018 un profugo su 2 era minorenne». In questo quadro di profonda evoluzione del fenomeno migratorio a livello mondiale, cosa stanno “dicendo” le chiese cristiane? «Noi ci siamo, come cristiani – ha aggiunto il rappresentante della Cei – . Perchè l’odio verso chi consideriamo diverso può diventare morte, violenza, un nemico da eliminare». Per il prelato, che ha richiamato nel suo intervento il capitolo 16 del Deuteronomio e il Libro dei giudici, capitolo 12, della Bibbia, oltre che il libro della giornalista Carolin Emcke “Contro l’odio”, le chiese devono «andare oltre i tanti io per vivere il noi di cui le comunità cristiane sono da sempre un segno per il mondo e dovranno esserlo ancora di più».

Il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha annunciato la costituzione del Gruppo di lavoro di chiese cristiane in Italia (Glcci).

«Questo è stato un convegno ricco di stimoli, testimonianze, temi – ha spiegato Negro – che ha segnato come il tema dell’accoglienza dell’altro sia centrale nella bibbia. La xenofobia porta a maledizione e alla morte. E i nuovi sodomiti sono dunque gli xenofobi, i razzisti. A quest’odio, alla xenofobia di Sodoma, va contrapposta la filoxenia, l’amore per lo straniero, quella ospitalità che è letteralmente amore per lo xenos, appunto di cui parla il capitolo 13 della Lettera agli Ebrei del Nuovo Testamento».

«Questo è il quarto anno consecutivo del nostro convegno ecumenico – ha continuato il pastore – : 2 edizioni sono state promosse con l’Unedi, a Trento e ad Assisi, sulla Riforma, mentre a Milano il tema è stato la custodia creato. Nel 2019 è stata la volta dei migranti: un percorso ben equilibrato nella scelta dei temi e nei due poli dell’ecumenismo, la comune testimonianza, il servizio delle chiese nel mondo da una parte e il dialogo teologico, dall’altra. Un’armonia che ci ha fatto crescere nella nostra comunione ecumenica.

Siamo dunque maturi per fare un salto di qualità nel nostro cammino ecumenico: un gruppo di lavoro delle chiese cristiane in Italia, un organismo informale per ora, la cui cosa importante non è la struttura ma è che finalmente anche nel nostro paese l’ecumenismo non è più episodico, confinato nel ghetto dorato della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: un ecumenismo quotidiano».

Ha chiuso i lavori dell’appuntamento ecumenico il vicario generale delle parrocchie del Patriarcato di Mosca in Italia, Ieromonaco Ambrogio Matsegora, alludendo a due figure retoriche: l’allegoria del percorso epico dell’Ulisse di Omero da un lato e la metafora dell’ultima cena, dall’altro. 

«La patria è l’essenza umana, il viaggio è il viaggio in se stesso. Ulisse ci spiega come a volte sia sufficiente cambiare la prospettiva per poter vedere il viaggio come opportunità. E’ di esempio per i migranti di oggi, è diventato l’uomo su cui il fato non ha più potere, ha imparato a superare i confini di se stesso».

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