I mafiosi ultimi calvinisti?

Le parole di Roberto Saviano al Festival del Cinema di Venezia sono profondamente errate. Lettera aperta allo scrittore da parte del pastore Peter Ciaccio

Caro Roberto Saviano,

ti scrivo perché non riesco a credere a quanto avresti detto alla Mostra del Cinema di Venezia durante il lancio della nuova serie tv ZeroZeroZero, tratta dal tuo libro e diretta da Stefano Sollima. Non riesco a crederci per la stima che ho per te, per il tuo lavoro, anzi per la tua missione. O, calvinisticamente, potrei dire, che ho stima della tua vocazione e di come combatti per non cedere alla tentazione di mollare tutto, di ritirarti, di far vincere “loro”.

Non sono riuscito a trovare la citazione esatta di quanto hai detto a Venezia. Tuttavia, comparando le diverse testate, il concetto che hai voluto esprimere appare alquanto chiaro: nella criminalità organizzata esiste una mistica del potere, una dimensione religiosa e, in quest’ottica, i boss sono “gli ultimi calvinisti” del mondo.

Potrei dirti che questa espressione è sbagliata, fuorviante e offensiva. Chi ti scrive conosce l’opera di Giovanni Calvino ed è pastore della Chiesa Valdese, espressione "ufficiale" del calvinismo in Italia. Certo, la fama dei calvinisti è quella di essere sobri, puritani, dedicati al lavoro, rigorosi. Max Weber ha addirittura associato al calvinismo lo “spirito del capitalismo”, con buona pace dei cattolicissimi fiorentini, inventori della cambiale e dell’espressione “bancarotta”. Ma non è questo il punto.

Il calvinismo è la prima confessione cristiana che si comprende come minoranza: gli ugonotti in Francia e i valdesi in Italia sanno che non possono (e forse non devono) aspirare a comandare, a diventare religione di stato. Pertanto, nel rapporto tra chiesa e società, i calvinisti non tramano contro la legge, ma ricercano il bene della città, come diceva il profeta Geremia agli esuli in Babilonia. Non è detto che poi nei fatti vada sempre così, ma questa è almeno la teoria. Per questo, ad esempio, i valdesi in Italia hanno il pallino della laicità dello stato, usano la libertà di cui godono per fare in modo che altri abbiano riconosciuti i diritti negati, usano l’Otto per Mille per progetti umanitari, sociali e culturali e non per pagare i pastori o ristrutturare le chiese.

Per carità, non siamo dei “santi”, come suol dirsi. Anzi, come scriveva Heinrich Böll, siamo ossessionati dalla precisione e dal dettaglio e, come probabilmente si evince da queste righe, puntigliosi fino a risultare antipatici. Nonostante questo, però, associare l’atteggiamento egoista, violento, idolatra, malvagio di un boss mafioso al calvinismo non è una piccola deviazione, un dettaglio sbagliato, una semplice imprecisione, ma è una sciocchezza enorme.

E, per dimostrarti quanto un calvinista può essere antipatico nell’essere puntiglioso, ti dico che il motivo per cui ti scrivo non è farti una lezione su chi sono veramente gli ultimi calvinisti d’Italia. Il motivo è riflettere sulla tua vocazione, che è quella di raccontare la mafia con semplicità e forza narrativa, di usare l’arma che ti è concessa, quella penna che è più potente della spada, come il piccolo Davide usò la fionda contro la potenza del gigante Golia. A differenza di Davide che poi divenne re, il successo di Gomorra ti ha trasformato in un recluso. Nonostante questo sei andato avanti per la tua strada da “calvinista” (se me lo concedi); in sintesi, possono farti di tutto, ma non toglierti la tua vocazione, che è raccontare come stanno le cose con una grande capacità comunicativa.

Ecco perché non puoi concederti una sciocchezza come quella che hai detto sui boss calvinisti: non perché sia falso (ed è falso), ma perché ne va della tua vocazione.

Calvinisticamente tuo,

Peter Ciaccio

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