È possibile una Christchurch in Italia?

Le regole italiane sul possesso e l’uso delle armi da fuoco danno ampio accesso ad armi come quelle usate nella strage in Nuova Zelanda. Intervista con Giorgio Beretta (analista Opal)

«Qui in Italia non potrebbe mai succedere». Quante volte abbiamo pensato, detto o sentito dire questa frase all’indomani di una strage come quelle a cui ci hanno abituato gli Stati Uniti, o dopo che il neonazista norvegese Anders Breivik uccise 77 persone tra Oslo e Utøya nel luglio del 2011?

La considerazione ha trovato spazio anche in questi giorni, segnati dalla strage di Christchurch a opera di un suprematista razziale bianco, Brendon Tarrant, che ha ucciso 50 persone in due differenti moschee nella città neozelandese. Una strage che, oltre alla sua dimensione ideologica, affonda le sue radici nell’eccessiva facilità di procurarsi e detenere legalmente armi, armi che, secondo Giorgio Beretta, analista di Opal, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e di difesa di Brescia, sono utilizzate anche per lanciare un messaggio. «L’AR-15 è un fucile che è stato creato per le forze armate ma adattato a uso civile: il fortissimo messaggio è ristabilire l’ordine e la giustizia, anzi la superiorità, ciò che fanno le forze armate americane in giro per il mondo per il terrorista suprematista è chiamato anche lui a farlo nel suo immaginario utilizzando l’arma che lo Stato gli permette legalmente di detenere. È un immaginario molto forte nel terrorista, soprattutto nel suprematista etno-nazionalista. Non è solo la capacità di fuoco, ma la simbologia che porta con sé».

Si dice spesso che l’Italia ha una tra le normative più stringenti al mondo sul possesso e l’uso delle armi da fuoco, ma secondo Beretta non è così. «In Nuova Zelanda – afferma – le licenze di armi sono più difficili da ottenere rispetto all’Italia». In effetti, nel nostro Paese avere una licenza per armi è meno complesso di quanto normalmente si dica: «basta – aggiunge Beretta – essere incensurati, non essere tossicodipendenti o alcolisti cronici, non avere particolari malattie mentali e con un corso di mezza giornata presso un tiro a segno nazionale si può ottenere di fatto una licenza per armi». Con un permesso per tiro sportivo, una delle tipologie più diffuse nel nostro Paese, è possibile detenere fino a 12 armi, compresi gli AR-15 usati in questa strage, che in Italia sono considerate armi sportive, con caricatori fino a 10 colpi che non vanno denunciati.

Subito dopo la strage la Nuova Zelanda ha annunciato che rivedrà la propria legge sul possesso di armi. È la cosa giusta da fare?

«È necessario, ma soprattutto sarà necessario andare a vedere con molta attenzione le regole sui controlli e sul tipo di armi che vengono rilasciate. In Nuova Zelanda vengono rilasciate licenze anche per armi come gli AR-15, fucili semiautomatici, perché si dice perché vengono usati nelle campagne spesso per sparare anche molto velocemente a degli animali per “disinfestazione”. Ma un conto è lasciare queste armi a queste persone che devono fare questo tipo di attività che saranno controllate un altro è permettere negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, ma anche in Italia, l’uso di fucili semiautomatici come questi, che sostanzialmente sono quelli che usano i marines e che hanno una capacità di fuoco enorme, a persone che non fanno nessun tipo di attività solo per la scusa che, e questa è la scusa che viene adottata, c’è un piccolissimo gruppo di persone che ha la passione per il cosiddetto “tiro dinamico”».

Qual è la dimensione del fenomeno del tiro sportivo oggi?

«Oggi abbiamo in Italia 590.000 licenze rilasciate per uso sportivo che permettono di detenere armi come gli AR-15. Le associazioni di tiro sportivo ci dicono che al massimo i loro iscritti, quelli del CONI e delle varie federazioni, arrivano a 80.000. Mettiamoci pure i poligoni privati e arriviamo a 160.000: mancano 430.000 persone che hanno una licenza in Italia per uso sportivo, che non fanno nessuna pratica sportiva e possono acquistarsi fino a 12 di queste armi con caricatori da 10 e domani mattina se vogliono possono mettere su un piccologruppo senza la possibilità di nessun controllo».

Il nostro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha detto che l’unico scenario che va attenzionato è quello dell’estremismo islamico. Eppure i dati non ci direbbero invece di fare particolare attenzione alla questione del porto legale di armi?

«Oggi noi abbiamo un numero di stragi pari a zero grazie soprattutto all’attività di controllo da parte del ministero degli Interni e della polizia, quindi zero morti per attività terroristiche, ma abbiamo avuto nel 2018 più di 40 morti causati da legali detentori di armi, persone che sparano molto spesso alla propria moglie o compagna, ed è il caso più classico, oppure al vicino di casa. Addirittura, vengono usate queste armi anche in casi in cui ci sono persone ammalate, malati cronici o persone con disabilità, e in cui il genitore spesso il papà anziano non vedendo un futuro davanti a sé le ammazza sparando. Si dà la licenza per armi a scopo di eutanasia. Questo problema non viene assolutamente affrontato».

 

Per contro si discute molto in questi mesi dell’ampliamento del concetto di legittima difesa e la protezione legale che ne consegue. C’è una connessione?

«Ripartiamo da un altro dato: sempre nel 2018 ci sono stati in Italia 16 omicidi per furti o rapine, il numero più basso da 40 anni a questa parte. Per contro abbiamo 40 omicidi da legali detentori di armi e non si pensa di restringere e fare controlli su questo. La sicurezza di ciascuno di noi è potenzialmente a rischio e l’ambito più rischioso oggi per gli italiani non è quello dei furti e delle rapine, ma quello familiare, interpersonale, di prossimità. Lasciare delle armi nelle case degli italiani dovrebbe forse sollevare un po’ più di attenzione a livello pubblico».

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