«Diritti della coscienza: o sono universali o sono privilegi»

A colloquio con Gustavo Zagrebelsky per parlare di libertà e diritti alle soglie del 17 febbraio

Il 17 febbraio di ogni anno i valdesi ricordano le Lettere Patenti, una festa delle libertà per celebrare i diritti civili e politici che furono loro concessi nel febbraio 1848 e che, nel marzo dello stesso anno, vennero accordati anche agli ebrei. Per le chiese valdesi non si tratta tanto di una festività religiosa quanto civile, nella convinzione che la libertà religiosa sia una libertà per tutti. Di questo abbiamo voluto parlare con Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale e professore emerito di diritto costituzionale all’Università di Torino.

Che cosa si intende con il concetto di libertà e come possiamo farne buon uso?

La libertà è un concetto ambiguo, controverso, può essere intesa in modi diversi. E questa è una buona cosa: il pensiero troppo lineare è pericoloso per la convivenza perché finisce col negare quello altrui. La libertà che fu concessa ai valdesi e agli ebrei è proprio il riconoscimento della legittima pluralità dei punti di vista. Può non sembrare tranquillizzante ma l’ambiguità, questo duplice lato della libertà, rappresenta la fecondità e lascia posto al dubbio.

Lei si considera dunque un relativista?

Se con relativismo si intende prestare il fianco allo scetticismo e al nichilismo dove tutto diventa il contrario di tutto rispondo di no. Ribadisco invece che la libertà non è un concetto tranquillizzante ma porta con sé una tensione tra l’errore e la verità, tra il bene e il male. E’ insomma incompatibile con il dogma, con la verità assoluta e presuppone sempre una grande interrogazione. E’ una ricerca che non si dà una volta per tutte, esattamente come avviene con la democrazia, che è sempre disposta a correggersi, a mettersi in discussione.

La religione appartiene alla sfera personale. Come fa lo Stato a normare qualcosa di così intimo?

Lo Stato deve creare lo spazio in cui possano fiorire le convinzioni religiose così come qualunque altra convinzione di natura etica e morale. Non si può distinguere tra la sfera religiosa e la sfera dell’opinione, della libertà dello spirito. Prima, insomma, viene la libertà di coscienza. 

Quindi c’è anche la libertà di non credere?

Certamente. In fondo ce lo insegnate anche voi protestanti: Dio è qualcosa che libera e non opprime.

La religione può contribuire alla costituzione di un ethos pubblico?

Sì, credo non ci sia nulla di male in questo purché la religione non diventi un obbligo ma salvaguardi la libertà. In tutte le religioni è presente un elemento antiegoistico che ci fa sentire affratellati, si pensi all’impegno delle chiese a favore dei migranti. Inoltre va detto che la libertà fa esplodere i desideri, le pretese; la libertà conduce a un’esplosione delle diversità. Ma lo Stato è impossibilitato a gestirle tutte e per esistere, dunque, non può essere secolarizzato, ha bisogno di appoggiarsi alle religioni.

In che modo lo Stato può tutelare la libertà religiosa?

Facendo leggi che creino spazi vuoti da riempirsi con le coscienze e non con la propaganda, le stupidaggini, la volgarità. 

Ci sono persone, penso al teologo Dietrich Bonhoeffer, che si sono ribellate a una legge di uno Stato che calpestava l’umanità, sacrificando anche la loro vita. La sola legge non basta a garantire una società giusta?

La legge è un’invenzione umana, una tecnica di convivenza e come tale è anch’essa ambigua. Può essere benefica o malefica. Per questo si sono inventate le costituzioni; difendere la conformità delle leggi alla Costituzione equivale a difendere la giustizia. La parola Stato deriva dal greco e indica qualcosa di stabile, di fermo. Gli esseri umani senza qualcosa che assicuri questa stabilità sarebbero presi dalla paura gli uni degli altri. Quindi lo Stato assicura una protezione ai cittadini. Il rischio si ha quando esso assume un potere assoluto diventando a sua volta fattore di paura. 

Oggi si parla molto di diritti individuali e poco di diritti collettivi. In questo modo non si rischia di voler trasformare ogni desiderio in diritto?

Dietro i diritti legali ci sono sempre i diritti morali, le aspirazioni che chiedono di essere riconosciute. Questo non è preoccupante purché queste aspirazioni siano sottoposte a un libero dibattito pubblico. Non tutto, infatti, deve essere trasformato in diritto legale. Il pericolo vero è semmai ritenere che tutto ciò che la tecnica può fare abbia diritto di essere fatto. Il predominio della tecnica cieca rappresenta un grande pericolo.

Democrazia e diritto sono stati spesso disprezzati quali valori freddi in contrapposizione, ad esempio, ai sentimenti. E’ così?

Se democrazia e diritto si riducono a meri meccanismi giuridici, allora sono destinati a fare una brutta fine. La democrazia, intesa come contenitore di passioni civili, ha invece diritto di essere difesa. 

Potremmo dunque osare dire che nel legiferare non ci deve essere solo coscienza ma anche un po’ di poesia?

Per carità, no. Manteniamo una sana distinzione tra i due ambiti. C’era Gabriele D’Annunzio che voleva una Costituzione in versi. Direi che è meglio lasciar perdere. 

Un auspicio per questo 17 febbraio…

Vale la pena ricordare che i diritti della coscienza o sono universali o sono dei privilegi.

Tratto da www.chiesavaldese.org

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