Congo Democratico tra passato e futuro: le speranze di una transizione

Le incerte elezioni ina una nazione chiave per la pace e l'equilibrio sociale africano

Le elezioni provinciali, legislative e presidenziali in Repubblica Democratica del Congo del 30 dicembre scorso costituiscono una svolta decisiva nella storia recente di questo martoriato paese. Piu volte rimandate – il mandato dell’attuale presidente scadeva a dicembre del 2016 – le elezioni si sono svolte nonostante la volontà attribuita al presidente Joseph Kabila di modificare la costituzione e fare decadere il limite dei due mandati e potersi ripresentare. La ferrea determinazione dell’opposizione, della societa civile congolese, degli organismi regionali e panafricani e della comunita internazionale hanno convito Kabila a rispettare l’Accordo di San silvestro firmato il 31 dicembre 2017 e negoziato tra gli attori politici congolesi con la mediazione della CENCO (conferenza episcopale cattolica congolese. L’Accordo tracciata una roadmap della transizione (l’impossibilità di Kabila di presentarsi alle elezioni presidenziali; la nomina di un primo ministro provenienti dai ranghi dell’opposizione; il divieto di ogni revisione costituzionalee l’organizzazione delle elezioni locali, legislative e presidenziali, la creazione di consiglio di Monitoraggio dell’Accordo).

Le elezioni si sono svolte in un clima di grande tensione e di violenze prima, durante e dopo le elezioni con vittime civili e ferite. Molte manifestazioni di oppositori sono state represse con la violenza dal potere e l’accesso ai media pubblici riservati pressochè esclusivamente agli esponenti del governo o graditi ad esso. Nella fase di selezione dei candididati da parte della CENI (Commissione elettorale nazionale indipendente), molti esponenti di spicco sono stati eslcusi dalla competizione. Tra loro alcuni nomi importanti come Jean Claude Bemba (MNC) e Moise Katumbi (Ensemble pour le Changement). Ma gli osservatori dell”Unione Africana, quelli degli organismi regionali africani e i 40.000 osservatori della Chiesa cattolica hanno parlato di uno svolgimento “soddisfacente” delle elezioni anche se il tasso di partecipazione non ha raggiunto il 50% degli aventi diritto e tre province sono state escluse dal voto (Beni, Mutembo nel Nord-Est e Yumbi nel Mai-Ndombe), ufficialmente a causa dell’epidemia di Ebola e delle violenze in corso, ma per molti perche’ considerate feudo degli oppositori di Kabila.

I risultati sono stati proclamati giovedi 10 gennaio dalla commissione elettorale. Con sorpresa ha vinto uno dei candidati dell’opposizione, Felix Tshisekedi della coalizione CACH con 38,57% dei suffragi contro il 34, 8% di Martin Fayulu, esponente dell’altra coalizione dell’opposizione “Lamuka”; il delfino di Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary ha raggiunto solo il 23,8% dei voti. Le tendenze per le elezioni provinciali e le legislative darebbero in vantaggio la coalizione del presidente uscente. Si profilerebbe quindi una coabitazione politica tra il presidente uscente e il suo successore. Una manovra politica abile secondo i dettratori che accreditano l’idea di un accordo politico tra Kabila e il presidente proclamato. L’opposizione di Martin Fayulu contesta i risultati e ha presentato un ricorso alla Corte Costituzionale chiedendo il riconteggio seggio per seggio dei voti. Richiesta appoggiata dagli organismi regionali africani (SADC e CIRGL). La Chiesa cattolica ha dichiarato che i risultati proclamati non sono conformi alla “verita’ delle urne” pur rifiutandosi di svelare il nome del vincitore secondo i dati raccolti dai suoi osservatori. Tutti aspettano la pronuncia dell’Alta Corte anche difficilmente potra’ ribaltare il risultato proclamato. Infatti i movimenti della società civile più attiva come la “LUCHA” (lutte pour le changement) invitano a “mantenere la vigilanza e tenersi pronti a scendere in massa nelle strade”. Molti organismi regionali africani invitano i politici congolesi a fare prova di saggezza e di prudenza nell’evitare una esplosione di violenze postelettorali e ad avviare un dialogo politico inclusivo che potrebbe anche prendere la stradi di un governo di consenso nazionale. Il Congo e i congolesi di nuovo di fronte ad un appuntamento fondamentale della loro storia per finalmente conferire stabilità e democrazia alla grande nazione nel cuore del continente. Il Congo è specchio del nostro mondo con le sue drammatiche contraddizioni e le sue speranze.

In questo subcontinente di 2,3 milioni di chilometri quadrati e circa 90 milioni di abitanti, poverissimo malgrado le sue ricchezze immense e strategiche, si sta giocando una partita importante per la stabilità dell’Africa e del mondo. Le guerre del Congo, in effetti, non sono “guerre etniche” come pigramente li definiamo. Siamo in presenza di una guerra della nostra travagliata contemporaneità: ricomposizioni geopolitiche; corsa all’accaparramento delle ricchezze; fallimento dei processi di indipendenza avviati 60 anni fa; risveglio delle afriche basiche che vogliono contare ed essere protagonisti dei processi politici ed economici. In Congo sono in gioco i nostri modelli di sviluppo; le sorti di una globalizzazione predatoria che sfrutta le risorse e condanna i territori alla loro drammatica territorialità ferita; sono in gioco la nostra miopia eurocentrica e la perpetuazione di uno sguardo sull’Africa anacronistico, incapace di lasciare gli africani prendere in mano il loro destino senza ingerenze, senza vecchi e nuovi imperialismi.

 

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