Chiamati a essere esempio di una umanità nuova

Un giorno una parola – commento a Efesini 2, 19

Siano i tuoi occhi aperti notte e giorno su questa casa, sul luogo di cui dicesti: «Qui sarà il mio nome»
I Re 8, 29

Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio
Efesini 2, 19

Le parole dell’apostolo Paolo sono intese a far sentire a casa propria chi è «nuovo»nella chiesa. Hanno una valenza teologica, ma prendono a prestito il linguaggio politico. Concittadini è, infatti,  un termine che si usa per una persona titolare di cittadinanza. Si è cittadini quando si godono diritti e doveri pari a tutti gli altri, quando non si è schiavi ma si è tutelati dalla legge, senza distinzione.

Paolo non è un governatore né un imperatore. Non può concedere né sollecitare la cittadinanza in termini politici. Egli, però, è banditore di una cittadinanza spirituale che promette di essere l’inizio di una dimensione nuova a partire dalla comunità cristiana. Anche qui si sperimentavano divisioni, schiavitù, sessismi. La prima divisione, al tempo di Paolo, era quella tra credenti di origine giudaica e gli altri di origine diversa. Per Paolo, però, la discriminante non è l’origine culturale, etnica, di genere o economica. Annuncia a più riprese che nella comunità cristiana si è tutti concittadini, cioè titolari di pari diritti e che le divisioni e le discriminazioni non hanno ragion d’essere, proprio perché si è membra della famiglia di Dio. 

Di fronte alle chiusure mentali e ai muri che oggi vari governi erigono per dividere ed emarginare, compito dei credenti è quello di far valere all’esterno quel che l’evangelo fa valere all’interno della chiesa. Si tratta di mostrare un esempio di umanità nuova in cui crollano le paure dell’altro/a e in cui svaniscono gli egoismi e le difese delle rendite acquisite, a testimonianza che Cristo vuole farci diventare nuove creature, superando le cose vecchie e creandone di nuove.

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