L'Italia esporta meno armi, ma sempre nei posti peggiori

Ancora in calo i volumi di vendita delle armi italiane, secondo la nuova edizione del rapporto Opal. Tuttavia, le esportazioni verso Arabia Saudita e altri Paesi in guerra non conoscono crisi

Continuano a calare le esportazioni di armi italiane, giunte al terzo anno consecutivo di contrazione. È questo il primo dato che emerge dall’edizione 2018 del rapporto curato ogni anno dall’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (Opal). Tuttavia, il tema non si esaurisce in modo così semplice: le vendite a Paesi in guerra, o a Paesi che partecipano a conflitti, continua senza conoscere crisi, soprattutto verso le aree dalle quali si registrano le maggiori partenze di profughi e richiedenti asilo.

Partendo dai dati, resi pubblici da Istat ed Eurostat, il rapporto evidenzia per il 2017 una diminuzione del 9,3% rispetto all’anno precedente, con volume complessivo di esportazioni che passa da 1,3 miliardi di euro nel 2014 a 1,1 miliardi nel 2017. «C’è una parte che è fisiologica», spiega Giorgio Beretta, analista di Opal. Dopo il picco registrato soprattutto nel 2012, quando l’Italia esportava armi e armamenti per 1,4 miliardi, si è vissuta una fase di contrazione, poi una ripresa e oggi un nuovo calo. «Nel 2017 l’Italia – chiarisce Beretta – ha perso soprattutto un primato, quello delle esportazioni di armi non militari, che ora è della Repubblica Ceca. Si tratta di armi per il tiro sportivo, per la caccia, soprattutto i fucili semiautomatici di cui la Repubblica Ceca è un grosso fornitore e che stanno venendo fortemente importati anche in Italia. Tanto per capirci, parliamo di quei fucili che vengono anche usati nelle stragi in America». Ma se da questo lato c’è un calo, va sottolineato quanto siano le armi per uso militare a costituire la quota principale delle esportazioni. «Ce ne vogliono di fucili per fare, come costo e come valore, le bombe, soprattutto quelle aeree», aggiunge Giorgio Beretta.

Tornando ai dati elaborati da Opal, è possibile notare quanto rimangano importanti le forniture militari a Paesi che partecipano a conflitti, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, principali attori della guerra in Yemen, oppure la Turchia, presente nel contesto siriano. «I numeri di questo rapporto mettono in risalto molto chiaramente che da una parte si è continuato a esportare sistemi militari verso la Turchia, che è attiva anche nel conflitto in Siria e questo è un dato già molto preoccupante, ma l’altro dato, questo ancora più preoccupante, è il continuare di questa esportazione di bombe aeree verso l’Arabia Saudita». Nel 2016 il governo Renzi autorizzò l’esportazione all’Arabia Saudita di oltre 411 milioni di euro di bombe aeree della RWM Italia, azienda tedesca ma che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia, e la sua fabbrica a Domusnovas, in Sardegna, 411 milioni di euro di bombe, che corrispondono a quasi 20.000 ordigni. L’autorizzazione è stata rinnovata di anno in anno, con una crescita costante dal 2015, anno dello scoppio del conflitto yemenita. «Ci sono produzione ed esportazione continua di queste bombe,  che vanno a finire in Arabia Saudita, ma poi sono stati ritrovati anche reperti di queste bombe e parti inesplose nei bombardamenti in Yemen, dove l’Arabia saudita è intervenuta a sostegno del deposto presidente. La risoluzione dell’Onu diceva che si interveniva per la protezione della popolazione, non avallando questa decisione ma prendendo atto di questa richiesta, ma dopo 3 anni ci ritroviamo con 20.000 morti e con milioni di persone senza casa. Purtroppo questo affare continua e pare che nemmeno il governo attuale lo stia fermando».

Non sono soltanto le forniture di bombe a caratterizzare la complessiva tenuta del sistema delle esportazioni di armi italiane: proseguono infatti le spedizioni di armi verso forze dell’ordine e corpi di sicurezza, anche in regimi autoritari. «Parliamo – chiarisce Giorgio Beretta – di corpi pubblici ma anche privati, di diversi Paesi del mondo. Una quota di armi va a finire a Paesi in cui ci sono gravi e reiterate violazioni dei diritti umani e questo è un dato preoccupante perché queste armi le abbiamo ritrovate già negli anni scorsi per esempio in Libia, furono vendute a Gheddafi e saccheggiate tra l’altro dai depositi libici, ma vengono vendute a vari autocrati nel mondo, dal Kazakhstan al Turkmenistan, fino all’Algeria e a diversi Paesi. Questo è un dato preoccupante, perché ovviamente vendere armi a Paesi dove ci sono gravi e reiterate violazioni dei diritti umani significa di fatto sostenere un regime autoritario».

Per contro, il calo forse più significativo è quello delle vendite negli Stati Uniti. Washington infatti ha tagliato del 22,7% gli acquisti, dopo che nel 2016 avevano toccato il record storico di 343 milioni di euro. «Negli Stati Uniti – spiega Beretta – si è verificata una flessione per quello che abbiamo chiamato “la fine dell’effetto Obama” e “l’inizio dell’effetto Trump”. Dopo le varie stragi degli ultimi anni negli Stati Uniti, Obama aveva annunciato delle restrizioni sulle armi. Questo aveva portato moltissima gente a fare incetta di armi, in questo senso Trump ha rassicurato gli americani, che ovviamente diminuiscono in questo momento gli acquisti». Insomma, non una precisa scelta, ma soltanto una dinamica di mercato.

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