Congo: ancora nessuna luce in fondo al tunnel

Il capitalismo mostra il suo lato più macabro  e la nostra green revolution rischia di avere altrove il colore rosso del sangue

La guerra nella Repubblica Democratica del Congo ebbe inizio nel 1996 ed è ufficialmente terminata nel 2003, anno in cui si insediò a Kinshasa un governo di transizione frutto della spartizione del potere fra i diversi gruppi belligeranti. Ma in realtà scontri e violenze non sono mai cessati. Al pari di altri conflitti contemporanei, in Congo è difficile stabilire un confine fra pace e guerra, fra civili e soldati, fra economia formale ed economia di predazione: la crisi si protrae senza sosta – è fuorviante in questo senso parlare di emergenza – in un contesto di violenza diffusa e di negazione di ogni diritto che permette agli attori più facinorosi di continuare ad arricchirsi con i traffici di minerali preziosi. L’ultima volta che ho visitato il paese, ormai un paio di anni fa, mi trattenni per un paio d’ore ad osservare il traffico al piccolo aeroporto di Beni, una cittadina del Nord Kivu non lontana dal confine con l’Uganda: gli elicotteri di una compagnia mineraria sudafricana facevano la spola fra l’aeroporto e le miniere d’oro dell’interno che non potevano essere raggiunte via strada perché le zone rurali erano infestate di milizie. Business as usual, in un mare di violenza e di sofferenza.

Ma vediamo brevemente cosa è successo e a che punto siamo oggi. Nel 1996 un movimento armato guidato da Laurent-Désiré Kabila, l’Alliance des forces démocratiques pour la libération du Congo (AFDL), iniziò una ribellione contro il regime di Mobutu, il dittatore che regnava sullo Zaire (così si chiamava il Congo all’epoca) dal 1965. Forte del sostegno militare del Ruanda e dell’Uganda, l’AFDL riuscì a conquistare il paese e nel 1997 Kabila si proclamò presidente della Repubblica Democratica del Congo. Ma l’intesa ebbe vita breve: nel 1998 Kabila espulse tutti i ruandesi accusandoli di predare le risorse minerarie del Congo. Cacciato dalla porta, il Ruanda rientrò dalla finestra e fomentò una nuova ribellione nell’Est del paese, quella del Rassemblement congolais pour la démocratie (RCD), un movimento armato attivo nel Nord Kivu. Dal canto suo l’Uganda diede il proprio sostegno al Mouvement de libération du Congo (MLC), un gruppo armato guidato da Jean-Pierre Bemba il quale nel 2016 è stato condannato dalla corte dell’Aja.

Questa seconda fase della guerra ha causato milioni di morti e ha coinvolto numerosi paesi africani oltre all’Uganda e al Ruanda (Zimbabwe, Namibia, Angola, Chad). Inoltre, si è assistito a una proliferazione continua dei movimenti armati. La logica è quella di controllare porzioni di territorio per poter beneficiare della rendita dell’estrazione mineraria: questo non può che generare una forte competizione interna ai movimenti ribelli provocando continue scissioni e quindi una moltiplicazione delle milizie. Inoltre, in Congo molti minerali preziosi si trovano in superficie (oro e diamanti alluvionali, coltan, ecc.) e la loro estrazione non necessita di grandi investimenti in tecnologia. Uomini, donne e bambini lavorano nelle miniere con mezzi rudimentali e in condizioni di servitù: per i leader militari, ivi compresi i generali dell’esercito nazionale, è sufficiente investire in armi (i kalashnikov si trovano a buon prezzo in Africa!) e controllare così la produzione e il traffico dei minerali con la complicità delle multinazionali del settore.

Come ho detto sopra, la guerra ufficialmente è terminata nel 2003 con l’insediamento a Kinshasa di un governo di transizione, sebbene nell’Est del paese molte regioni rurali siano rimaste in mano alle milizie. Le elezioni del 2006 e del 2011 hanno visto la vittoria di Joseph Kabila, figlio di Laurent-Désiré (quest’ultimo venne ucciso nel 2001 da una sua guardia del corpo). Ma il Congo è nuovamente sul baratro di una crisi. Questa volta è il governo centrale a destabilizzare il paese: la Costituzione prevede un limite massimo di due mandati presidenziali, ma Kabila non pare intenzionato a lasciare il potere. Le elezioni dovevano tenersi nel 2016, ma sono state rinviate più volte, un fatto che ha generato un malcontento popolare diffuso e le forze di sicurezza del regime hanno represso nel sangue numerose manifestazioni in diverse città. Al contempo nell’Est del paese le milizie si stanno riorganizzando e, come se non bastasse, a partire dal 2016 nella provincia del Kasai è scoppiata una ribellione organizzata da un capo tradizionale locale, Jean-Pierre Mpandi, a cui ha fatto seguito la brutale reazione dell’esercito congolese, colpevole di aver ucciso numerosi civili.

La commissione elettorale ha fissato la data delle elezioni per il dicembre 2018. Tuttavia la situazione resta confusa, la chiesa cattolica sembra l’unica forza in grado di opporsi al regime ed è probabile che Kabila tenti di forzare nuovamente la mano. Tutto questo non fa che alimentare la conflittualità nelle regioni orientali e nel Kasai. Ma vi è un’altra questione all’orizzonte: nell’economia mondiale vi è in corso una rivoluzione elettrica che sta scatenando una nuova corsa ai minerali. Per produrre automobili elettriche servono terre rare, cobalto, litio, niobio, neodimio, coltan e altri minerali che in Congo non mancano. Ormai conosciamo bene cosa vi è dietro l’estrazione e il traffico di questi minerali nei contesti dominati dalla violenza e in cui lo Stato, quando ancora esiste, è ridotto a una macchina predatoria. Il capitalismo mostra il suo lato più macabro lungo le frontiere della sua espansione e la nostra green revolution rischia di avere altrove il colore rosso del sangue.

Foto di Stefano Stranges:  Minatori estragono coltan nella miniera di Luwowo.

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