Silenzio assordante dallo Yemen

La testimonianza di Roberto Scaini, medico e vicepresidente di Medici Senza Frontiere, impegnato nel nord-ovest del Paese

Dal marzo del 2015 in Yemen si combatte uno dei conflitti più duri e nonostante questo più ignorati al mondo. La guerra, entrata nella fase in cui si trova oggi con l’iniziativa lanciata dall’Arabia Saudita nella primavera di tre anni fa con lo scopo di fermare i ribelli filo-iraniani Houthi, ha condotto il Paese nel pieno di una crisi umanitaria e sanitaria che secondo le Nazioni Unite è oggi la più grave tra quelle in corso.

La natura di questo conflitto, che coinvolge direttamente solo potenze regionali, unita alla pressoché totale assenza di profughi yemeniti in Europa, ha fatto sì che di questa guerra non ci si occupi se non sporadicamente, al limite in connessione con specifici avvenimenti di eccezionale rilevanza.

In questi giorni, per esempio, è in corso una recrudescenza nella zona di Hodeida, nella quale si scontrano ancora una volta i ribelli Houthi e le forze governative appoggiate dalla coalizione a guida saudita. Si tratta di un’ennesima fiammata in un conflitto che va avanti su base quotidiana, colpendo militari, miliziani e soprattutto civili. Per questi ultimi, in particolare, lo Yemen è diventato un luogo in cui l’accesso a qualsiasi servizio è una sfida e ricevere cure mediche sempre più complicato.

«Ci si può ben immaginare cosa sia rimasto sul territorio: quasi nulla in termini di infrastrutture, tra cui quelle sanitarie», racconta il vicepresidente di Medici Senza Frontiere Roberto Scaini, che ha lavorato a Haydan, nel governatorato nord-occidentale di Sa’da.

Tutta colpa dei bombardamenti?

«Ci sono vari motivi: da una parte le strutture sanitarie sono state colpite direttamente dal conflitto armato, purtroppo ricordiamo notizie di ospedali, anche nostri ospedali, ripetutamente bombardati. Ma dall’altra parte una guerra che dura tre anni porta al collasso il sistema economico di un Paese e quindi anche quello sanitario. Insomma, anche gli ospedali che non sono stati bombardati diventano impossibili da sostenere dal punto di vista economico, non si possono pagare gli stipendi e dare approvvigionamenti di farmaci indispensabili. Oltretutto spesso le medicine vengono bloccate alle frontiere per motivi di embargo o quant’altro».

Ancora una volta si deroga a quella che dovrebbe essere una regola della guerra, quella di tenere fuori i civili dal conflitto. Lei crede che impedire l’accesso alle cure e alle strutture sanitarie sia parte di una strategia o dipenda più dal contesto disastrato?

«Un po’ conta il contesto, ma un po’ anche una volontà crudele che fa parte dei meccanismi della guerra, anche se così non dovrebbe essere. Se bombardo un ospedale, privo la popolazione di quelli che sono aiuti indispensabili, quando lo riapro mancano per la popolazione i mezzi tecnici ed economici per raggiungere l’ospedale stesso. Oggi gli ospedali sono pochi e per raggiungere un ospedale devo pagare un trasporto in auto che nessuno può più affrontare a causa della situazione economica. Dall’altra parte quello che si verifica, e che purtroppo ho dovuto vivere anch’io in prima persona, è che spesso le persone che si recano con dei mezzi verso gli ospedali vengono colpite, vengono intese come dei bersagli.

Quando l’anno scorso riaprì il nostro ospedale di Haydan arrivò una donna che aveva partorito a casa e che purtroppo aveva avuto un’emorragia e morì di shock emorragico proprio perché era arrivata troppo tardi. Ma perché si arriva tardi? Perché da una parte ci sono difficoltà a trovare dei mezzi di trasporto e dall’altra ci si pensa due volte prima di andare a un ospedale perché si sa che il tragitto da casa propria fino all’ospedale, che può richiedere anche due o tre ore, potrebbe essere addirittura più pericoloso del motivo per cui si sta cercando una cura, perché appunto mentre ci si muove si rischia di essere bombardati. Il risultato è che questa donna è morta per un motivo del tutto assurdo, ovverosia per una condizione che si sarebbe potuta facilmente curare e risolvere in ambiente ospedaliero, ma chiaramente è arrivata tardi quindi dopo 15-20 minuti non c’era già più niente da fare. Per noi è una situazione che si ripete costantemente, ogni giorno».

Il fatto che conflitti pensati per essere “guerre lampo” si trasformino in guerre di logoramento ormai è una costante, con tutto ciò che questo si porta dietro anche in termini di aspettative di un conflitto armato. Ora la Francia, come per il contesto libico, si è posta come capofila nel cercare una soluzione diplomatica e ospiterà una conferenza a Parigi alla fine di giugno. Quali dovranno essere le priorità in quell’occasione?

«Prima di tutto ribadire il fatto che la popolazione civile dev’essere risparmiata, sia direttamente che indirettamente. Direttamente significa evitare di bombardare strutture civili, cosa che invece accade sempre più spesso in un’altissima percentuale dei casi; rispettarla indirettamente significa invece permettere che gli aiuti umanitari arrivino, ma questo non è sempre possibile. Un civile o comunque qualsiasi persona, un paziente che cerca cure dev’essere rispettato. Oggi questa non è la realtà dello Yemen».

Lei crede che oggi esista una prospettiva di conclusione politica del conflitto?

«È molto difficile. Certo, sarebbe possibile perché basterebbe molto banalmente sedersi intorno a un tavolo e cercare un accordo. Però sembra che questo accordo, per posizioni molto dure che vengono prese da entrambe le parti, sia estremamente lontano. Questa è una guerra che ha avuto sempre una caratteristica, quella di essere un conflitto molto lento, uno stillicidio continuo diffuso in tutto Paese, con recrudescenze in zone, come Hodeida, che sono più strategiche per la loro posizione geografica. Fino dal sorgere del conflitto, tre anni fa, sono stati intavolati discorsi sul processo di pace, ma non hanno mai portato niente».

Foto: Carl Waldmeier, Flikr