Un uncinetto che cura le ferite

A New York una mostra dedicata alla violenza sessuale durante la Shoah e i genocidi espone opere di rifugiate africane in Israele: una forma d’arte che è anche sostentamento

Una mostra pionieristica ha affrontato il tema della violenza sessuale durante la Shoah e altri genocidi dell’ultimo secolo (Bosnia, Darfur, Eritrea, Guatemala, Iraq, Nigeria, Ruanda), riecheggiando l’orrore vissuto dalle donne: un tema raramente affrontato, anzi talvolta rimosso, un filo rosso di sangue che collega momenti diversi della storia ma accomunati dallo stesso disprezzo per la vita e la dignità umana.

S’intitola Violated! Women in Holocaust and Genocide ed è stata esposta dal 12 aprile al 12 maggio alla Galleria Ronald Feldman di New York, organizzata dall’istituto Remember the Women. 47 opere di 30 artiste e artisti, molte dagli Usa e da Israele, nomi riconosciuti a livello internazionale ma anche persone toccate da vicino da queste tragedie.

In particolare, l’artista israeliano Gil Yefman ha esposto le proprie opere a fianco di quattro creazioni a grandezza d’uomo (o meglio, di donna) di altrettante donne africane richiedenti asilo in Israele. In questo paese il 90% circa delle richieste d’asilo riguarda persone originarie dell’Eritrea e del Sudan, nei mesi scorsi minacciate di rimpatrio forzato dal governo, come avevamo raccontato qui.

Le loro opere sono realizzate con la medesima tecnica, l’uncinetto. Dimenticatevi fiori colorati e centrini: Yefman raffigura un corpo femminile nudo dilaniato, in cui la vivacità del rosa e del rosso non fanno che aggiungere tragicità alla rappresentazione. L’uncinetto è usato, secondo l’artista, «come mezzo per superare i nostri traumi» (riporta l’agenzia svizzera Protestinter, che riferisce la notizia), ed è questo che accomuna l’artista israeliano (premiato come giovane artista dal Ministero per la cultura e la scienza israeliano nel 2010) alle cinque espositrici, che di traumi ne hanno dovuti affrontare molti. Le loro opere, a forma di colonne raffiguranti momenti della loro vita, contengono all’interno una registrazione con il racconto personale di ognuna.

Le cinque donne fanno parte di Kuchinate (che in tigrino vuole proprio dire uncinetto), collettivo delle donne africane rifugiate a Tel Aviv che produce coloratissimi cesti, pouf e tappeti, oltre a organizzare momenti di convivialità per le immigrate etiopi ed eritree, ed essere per loro luogo di incontro, quasi una seconda casa.

Il collettivo è co-diretto dalla psicologa clinica ed esperta in interventi post-traumatici di origine sudafricana Diddy Mymin Kahn, con una ventennale esperienza maturata tra Israele, Regno Unito, Hong Kong, Sierra Leone e Haiti, e dalla suora comboniana Azezet Habtezghi Kidane, cittadina britannica di origine eritrea impegnata dal 2010 a fianco della comunità di rifugiati africani in Israele, in particolare riguardo al problema della schiavitù sessuale perpetrata nell’area del Sinai.

Il progetto, oltre a essere una fonte di guadagno per queste donne, e quindi a dare loro indipendenza e fiducia in se stesse, ha innanzitutto uno scopo socio-psicologico, di superamento dei traumi subiti nel loro viaggio verso Israele, che vanno dalla tratta alla tortura alla violenza sessuale.

Kuchinate è inoltre parte dell’organizzazione no-profit “Arts” (African Refugee Therapeutic Services), fondata dall’Unhcr (Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu), dal Fondo per le vittime della tortura dell’Onu, i comboniani, la Caritas spagnola e l’organizzazione Goldman Sachs.

L’esposizione newyorchese ha dato visibilità al Collettivo e alle sue donne coraggiose, ma soprattutto ha dato voce alle loro esperienze, alle loro storie, comuni a tantissime donne purtroppo senza voce.

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