Polemiche e successi: il museo della Bibbia a Washington

Rappresentazione plastica delle diverse anime della fede cristiana statunitense, divisa fra tendenze liberal e evangelical

560 mila visitatori in 6 mesi di attività. Dagli Stati Uniti arriva la notizia di un grandioso museo della Bibbia a Washington, fortemente voluto da una famiglia di fede “evangelical”, costato qualcosa intorno a 500 milioni di dollari: quattro piani di alta tecnologia che offrono al visitatore un viaggio virtuale nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Grazie alle più moderne tecnologie importante da Hollywood, si può “camminare” nel mondo della Bibbia, al quarto piano seguendo le orme di Gesù di Nazareth e facendo esperienza dello stile di vita della prime comunità cristiane. Volendo, la visita si può concludere a teatro per assistere al un vero e proprio musical di Broadway intitolato “Amazing grace”. La “caffetteria” a buon prezzo consente di passare al “museo” un’intera giornata, pranzando con tutta la famiglia all’interno di questo nuovo e grande spazio pensato per attirare milioni di visitatori. L’offerta è decisamente allettante perché se l’ingresso ai vari Smithsonian o allo Space museum  o a quello di storia afroamericana costa più di dieci dollari, qui si entra gratis. Occorre un biglietto, ma solo per calcolare il numero degli ingressi.

Appena inaugurato, il museo ha dovuto subire le critiche irridenti di alcuni studiosi che vi hanno riconosciuto  dei reperti importanti illegalmente dal Medio oriente dalla famiglia Green che disponeva della collezione di materiali di epoca biblica che ha costituito la “base” delle varie esposizione. Tutto si è risolto con scuse formali e con il ritiro degli oggetti controversi dalle teche ma questo non è bastato a chiudere il dibattito sul “senso” di questo grandioso progetto culturale. Nonostante il museo non si qualifichi confessionalmente, infatti, sotto traccia non è difficile individuare un filo “evangelical” che – legittimamente per chi così lo ha voluto – fa convergere il racconto biblico della predicazione, nella morte e nella resurrezione di Gesù di Nazareth. E, a mesi dall’inaugurazione, questa resta la vera controversia su un’opera imponente che si propone come museo “scientifico” sulla Bibbia ma in realtà guida il visitatore lungo un percorso confessionale che ha nella figura di Cristo il suo punto centrale. “Non è il museo della Bibbia di cui avevamo bisogno”, hanno affermato alcuni critici lamentando il fatto che la nuova istituzione non garantisce lo standard di scientificità che si impone a un museo.  Sia  pure sottilmente e indirettamente,  il Museo della Bibbia avrebbe infatti  finalità evangelistiche. Niente di male ma – affermano i detrattori – ma questa intenzione dovrebbe essere resa più esplicita.

Quello della famiglia Green e dei numerosi e facoltosi sostenitori che più di dieci anni fa si sono imbarcati in questo progetto, è uno dei volti più attuali del protestantesimo americano: la sua anima evangelical che punta alla conversione, che coltiva una profonda pietà personale, che predica ravvedimento e salvezza. E’ il volto del protestantesimo americano che talora si spinge nei territori più aspri e rischiosi della “destra religiosa” e delle correnti del fondamentalismo più intransigente, con quello che ne consegue sul piano della laicità dello Stato, dell’eguaglianza di genere, dei diritti degli omosessuali, della ricerca scientifica. Questo protestantesimo ora ha il suo museo a pochi passi da Capitol Hill.

Chi nei giorni scorsi ha avuto il tempo e la voglia di seguire il “royal wedding” nel castello di Windsor, però, avrà visto un’altra faccia del protestantesimo d’oltreoceano: quella nera e appassionata del vescovo Michael Curry che, con il calore del social gospel e nello stile dei predicatori di una black church ha turbato il rassicurante torpore liturgico a cui la famiglia reale è tradizionalmente abituata. E lo ha fatto citando il fuoco e la forza prepotente dell’amore che non è solo il meraviglioso sentimento che può legare due persone che si consacrano l’una all’altra ma anche un grande ideale di giustizia.

E’ difficile comporre in un quadro unitario le diverse anime del protestantesimo americano. Storicamente questo pluralismo è stata la sua ricchezza; la sua polarizzazione tra “evangelical” e “liberal” oggi appare la sua più grande debolezza. 

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