Brasile, il voto evangelico

A pochi mesi dalle presidenziali, i candidati brasiliani cercano il sostegno dei leader delle chiese evangelicali, realtà in grande crescita e capaci di ridefinire l'agenda politica

Mancano meno di sei mesi alle elezioni presidenziali brasiliane, probabilmente le più incerte di sempre. Tra pendenze giudiziarie, dispute interne ai partiti e una generale sfiducia nella politica, per tutti i venti candidati annunciati finora ci sono dubbi e incertezze, che andranno sciolti entro il 15 agosto, quando le candidature andranno ufficializzate. Inoltre, questa sarà la campagna elettorale meno ricca degli ultimi decenni per via del divieto di donazioni elettorali da parte delle aziende, stabilito dal Supremo Tribunal Federal nel 2015.

A complicare ulteriormente il quadro, c’è poi una probabile assenza, quella del grande favorito, l’ex presidente Luiz Inácio «Lula» da Silva (Partito dei lavoratori – Pt), condannato per corruzione e riciclaggio di denaro nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato, sorta di tangentopoli, che, secondo il giornalista Ivan Compasso, in uscita in autunno con un libro dedicato al crescente peso elettorale degli evangelicali in Brasile, «ha falcidiato la classe politica e spazzato via una intera classe dirigente». La decisione su Lula arriverà nei prossimi mesi e definirà il contesto del voto, eliminando o meno dalla competizione un candidato che secondo gli ultimi sondaggi dell’istituto Datafolha è dato al 31%.

Secondo il politologo Antonio Lavareda, queste nuove condizioni rendono decisivo il voto evangelicale. Le chiese evangeliche, quelle «storiche» e soprattutto lle pentecostali, contano già oggi 42 milioni di fedeli, oltre 100 sindaci e più di 200 deputati nei due rami del Congresso Nacional, oltre a una grande presenza in canali televisivi, giornali e siti web di informazione. La crescita di peso politico è strettamente legata a quella dei fedeli. Nel 1991 solo il 9% della popolazione si dichiarava di fede evangelica, secondo l’istituto statunitense Pew Research Center. Nel 2010, era il 22%; l’ultima indagine Datafolha (2017) colloca i fedeli evangelici al 32% della popolazione.

Una simile crescita è destinata a ridefinire le agende politiche soprattutto su temi come i diritti civili. Una tra le più importanti chiese evangeliche pentecostali brasiliane, la Comunidade Evangélica Sara Nossa Terra, fondata e presieduta dal pastore Robson Rodovalho, ha tracciato il profilo del candidato ideale. «La società attende con impazienza un candidato che sia capace di dare garanzie di crescita economica e allo stesso tempo sia conservatore nei valori, a difesa della famiglia naturale, composta da uomo e donna, a difesa della vita contro il problema dell’aborto».

 

Molti candidati cercano di raccogliere questo consenso, su tutti il governatore di São Paulo, Geraldo Alckmin (Partito della socialdemocrazia, Psdb), il ministro dell’Economia Henrique Meirelles (Mov. democratico bralisiano, Mdb, il partito dell’attuale presidente Michel Temer) e soprattutto Jair Bolsonaro (Partido Social Cristão). Battezzato nelle acque del Giordano dal pastore Everaldo Pereira, presidente del suo partito, Bolsonaro, cattolico fino a due anni fa, si è identificato più di ogni altro nell’elettorato evangelical grazie alle sue posizioni conservatrici: convinto sostenitore del diritto di portare armi e rappresentante dell’estrema destra brasiliana, secondo quanto riferito dal pastore Silas Malafaia alla Bbc, potrebbe raccogliere l’appoggio di altri candidati conservatori, come il potente imprenditore Flavio Rocha, candidato per il Partito repubblicano e molto legato alla Igreja Universal do Reino de Deus.

Il Fronte parlamentare evangelico, un’alleanza trasversale ai partiti che riunisce i fedeli evangelici, conta oggi 199 deputati e 4 senatori, 74 in più rispetto alle elezioni del 2010 e Lavareda ritiene che la tendenza sarà rafforzata dal voto di ottobre. Stando ai sondaggi, il voto evangelico è più organico rispetto a quello dei fedeli di altre confessioni, come quella cattolica, oggi ancora maggioritaria ma sempre meno identitaria, e vota sempre più in blocco, in accordo con i leader religiosi. Se il vertice di una denominazione evangelica appoggia un candidato, è probabile che anche la base lo faccia, anche se lontano dalle proprie convinzioni politiche: non è un caso che il voto evangelico, che nelle elezioni tra il 2002 e il 2014 aveva privilegiato candidati socialisti o ambientalisti, come l’ex alleata di Lula Marina Silva, sia oggi fortemente orientato verso destra. Una scelta destinata a trasformare le priorità politiche del più grande e popoloso Paese dell’America del Sud.