Le mafie? I giovani le sconfiggeranno

Domani, 21 marzo, sarà celebrata in tutta Italia la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Ne abbiamo parlato con il presidente di Articolo 21, il giornalista Paolo Borrometi

«Stai attento» fu la prima minaccia incisa sulla mia auto, dice il giornalista Paolo Borrometi a Riforma.it e prosegue «si fossero fermati alle scritte, ci avrei messo la firma». Borrometi, giornalista 35enne ragusano oggi vive «sotto scorta» perché minacciato  di morte dalla mafia per via delle sue inchieste, scomode.

Prima dei suoi reportage la cittadina di Scicli era considerata dagli stessi abitanti una terra «senza mafia» ed era famosa per le riprese del commissario Montalbano. Dopo le rivelazioni giornalistiche pubblicate sul sito laspia.it, il Comune venne sciolto per infiltrazioni mafiose e Borrometi dovette trasferirsi, precauzionalmente, dalla sua Sicilia. Oggi lavora per l’Agenzia Agi, recentemente è stato nominato presidente dell’Associazione Articolo 21.

Borrometi, il 21 marzo è la Giornata della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. E dopodomani?

«Libera e don Luigi Ciotti hanno fortemente voluto  - oggi siamo infatti alla XXIII edizione - la Giornata della memoria e dell’impegno per “alzare un velo” sulle mafie e su tutte le vittime innocenti che hanno sofferto e perso la vita a causa di questo male. Dall’anno scorso la data è diventata di tutti e per tutti, e non solo un'iniziativa di Libera; il 21 marzo è oggi una ricorrenza ufficiale grazie a una legge approvata in Parlamento nel 2016. L’iniziativa intende “illuminare” le storie e i nomi delle vittime della mafia. Quest’anno sarà la città di Foggia la piazza principale per questa XXIII edizione e avrà come titolo “Terra, solchi di verità e giustizia”. In Puglia leggeremo ad alta voce gli oltre novecento nomi di persone che, per mano mafiosa, non ci sono più; un modo per rendere loro giustizia omaggio e dignità attraverso la memoria. Un appuntamento per ricordare il coraggio e l'impegno civile di donne e di uomini che avevano a cuore la democrazia. La lotta alla mafia dev’essere portata avanti ad oltranza perché loro combattono con la forza e le minacce, noi invece rispondiamo con la cultura e con l’informazione».

La recente campagna elettorale, come denunciato da Luigi Ciotti, non ha quasi mai parlato di contrasto alla mafia o di corruzione. E quando non si pronuncia la politica, lo fa l’informazione attraverso le denunce e le «le scorte mediatiche». Oppure si muove la società civile, con manifestazioni e proteste. E così?

«In effetti sì; si è parlato poco di mafia e di corruzione in campagna elettorale, un tema assente nell'agenda politica e nei programmi dei partiti. Eppure mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia, ha ragione Ciotti. Come Articolo 21 e Libera Informazione abbiamo voluto lanciare il concetto di “scorta mediatica”, una strategia per rilanciare gli articoli e le inchieste di quei giornalisti che attraverso il loro lavoro denunciano il malaffare. Un modo per star loro vicini, per non lasciarli soli, per accompagnarli nel percorso da affrontare. Una strategia per far capire a chi intende colpirli che, se deciderà di farlo, dovrà colpire tante persone e non singoli individui lasciati soli. Noi giornalisti non siamo le minacce che subiamo, siamo le inchieste che proponiamo. La scorta mediatica serve a questo: a illuminare le storie, i territori, le periferie dimenticate, e nelle quali tanti giornalisti sacerdoti, pastori protestanti, magistrati, imprenditori, s’impegnano per contrastare le mafie ogni giorno della loro vita. I territori "contaminati" dalla mafia non sono circoscritti nel Sud Italia, sono ormai radicati nel Nord e nell’Europa intera».

Il Servizio pubblico nazionale della Rai proporrà approfondimenti e dirette perché «la battaglia per la legalità viene prima di tutte le altre», ha dichiarato la presidente Maggioni. Lei, recentemente, è stato chiamato a tenere una serie di incontri nelle scuole piemontesi per conto di Libera, dove ha raccontato l'esperienza di giornalista sotto scorta che contrasta la mafia. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

«Sono stati tre giorni intensi e hanno lasciato in me la convinzione che questi ragazzi devono essere il presente e non "il futuro". Queste ragazze e questi ragazzi sono stati la consapevolezza, meravigliosa, che nonostante le minacce e le angherie che devo quotidianamente subire, vale la pena lottare per loro. Le lacrime di alcuni di loro, incastonate nel volto di Beatrice giovane studentessa di Vinovo, aprono le porte alla speranza. Ho compreso quanto sia importante parlare ai ragazzi, confrontarsi con loro, preservare le diversità delle idee per viverle come ricchezza, e magari partendo proprio dall’Articolo 21 della nostra Costituzione. In occasione degli incontri ho voluto “snocciolare” i nomi e gli affari mafiosi dei boss che cito nelle inchieste giornalistiche. Gli studenti hanno perfettamente compreso come quelle mani sporche di sangue riguardano non solo i siciliani ma tutta l’Italia, perché il pomodoro di Pachino o le melanzane di Vittoria sono presenti sulle tavole di ogni italiano. La lotta alla mafia non può essere vinta da navigatori solitari, dev’essere combattuta con l’impegno di ognuno. Solamente il “noi” può vincere. Ricordava Antonino Caponnetto, “le mafie saranno sconfitte da un esercito di insegnati”. Dunque è importante che l’altro esercito, quello degli studenti grazie alla loro conoscenza e consapevolezza, possa ribellarsi e poter avere un ruolo importante nella società di oggi».

Borrometi, ogni giorno la sua vita è a rischio. Perché?

«Perché ho deciso di raccontare uno spaccato siciliano. Quello della Provincia di Ragusa nella quale si è sempre sostenuta l'insesistenza della mafia. Ragusa è la Provincia più ricca tra le nove siciliane; ed è però anche quella dove il collega Giovanni Spampinato, allora poco più che ventenne, perse la vita nel 1972 per mano della mafia. Le inchieste che pubblico credo non siano un esempio di coraggio o di eroismo, ma atti di verità, di amore, d’impegno per il mio territorio. Scicli era un luogo dove sino a poco tempo fa gli abitanti credevano, e sinceramente, che la mafia non esistesse e dove alcune persone preferirono nascondersi una realtà difficile da digerire. Con le recenti inchieste ho denunciato l’esistenza di un tumore. Oggi non è più possibile nascondere il referto o mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi: è necessario curare il tumore prima che le metastasi portino alla morte».

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