La prima città delle donne è Venezia

Dalla laguna al resto del mondo: un messaggio sulla potenzialità dell’autodeterminazione femminile

Una Venezia letta attraverso il saper fare delle donne, le merlettaie, le perlere, quelle che aggiustavano le reti da pesca per i mariti che sarebbero usciti in mare; detentrici di saperi che si tramandano da secoli e che hanno determinato il successo e la bellezza di Venezia. Dare visibilità alle donne che hanno ruoli e svolgono lavori comuni ma importanti è lo scopo dell'iniziativa Venezia. Città delle Donne; il messaggio che vuole passare è di forza, di possibilità di realizzazione del proprio cammino. Nel 2022, come ricorda la direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi, scadrà la legge Golfo-Mosca, che garantisce la presenza, all'interno delle società quotate, di almeno un terzo di quote rosa. Attraverso eventi e progetti come questo si vuole far capire alle nuove generazioni, che danno per scontato che le donne abbiano accesso a ruoli decisionali in ambito lavorativo, che non è sempre stato così.

Qual è il pensiero dietro questo progetto?

«È semplice: il 14 febbraio 2016 ero appena stata eletta presidente ed ero a Burano al Museo del Merletto dove abbiamo festeggiato Emma Vidal, la merlettaia più longeva al mondo che compiva 100 anni. Mi sono ritrovata di fronte a questa donna che mi raccontava la sua storia, quella di una bambina cresciuta in un orfanotrofio, uno stabile che poi è diventato il Museo del Merletto, e che è stata la sua casa per tanti anni. La vicenda di questa donna che ha scritto la storia di Venezia, così come hanno fatto altre figure importanti, non ha avuto, a mio avviso, la visibilità che avrebbe dovuto avere. Guardando le mani che per tantissimi anni, e ancora oggi, lavorano, ne sono stata colpita, tanto che è nato il progetto Venezia. Città delle Donne.

Quando abbiamo lanciato sui social questa piattaforma, quello che più mi ha colpito è che le prime che hanno voluto partecipare sono state le appartenenti a un'associazione femminile di giovani donne italiane della Silicon Valley. Con loro ci siamo impegnati a pensare come poter divulgare un messaggio positivo alle donne, al di là delle associazioni alle quali partecipano e al di là della visibilità che possono avere. Un'altra associazione che da subito si è avvicinata e quella delle donne sudamericane che vivono a Milano».

Cosa fa Venezia. Città delle Donne e come sono coinvolte le realtà museali?

«Organizziamo eventi culturali non legati necessariamente al mondo femminile, per esempio ci siamo occupati di geopolitica insieme a Limes. Siamo consapevoli che l’8 marzo nasce come giornata per ricordare un fatto drammatico: le 142 donne che morirono chiuse in una fabbrica durante un incendio. Vogliamo parlare delle donne tutto l’anno, far crescere l'autostima attraverso dei modelli positivi che non siano sempre da copertina e che diano un segnale per le giovani ragazze e ragazzi. Abbiamo creato dei link tra le storie di queste donne raccontandole attraverso i nostri undici musei, abbiamo creato un accordo con l’Unicef per creare in ognuno uno spazio dedicato alle donne, alle famiglie e ai bambini, dove gratuitamente ci si può fermare senza comprare il biglietto. Vogliamo che questi musei siano sempre più fruibili, che abbiano un aggancio con la realtà e i linguaggi che parlano le nuove generazioni».

È un progetto nato su un territorio specifico, quello veneziano, ma qual è il messaggio universale da esportare anche fuori i confini della città?

«Intanto bisogna parlare alle nuove generazioni attraverso messaggi che parlano di meritocrazia, di lavoro e fatica, soprattutto per sfatare l'immagine femminile che vediamo sui social, molto stereotipata e legata a certi luoghi comuni. Vogliamo essere trasversali e raggiungere tutte le donne per le quali si apre una grande possibilità in questo momento: quella di scrivere la propria storia, continuando a lavorare su se stesse, sulla propria autostima, sulla formazione che deve essere continua, ricordando che bisogna essere rispettate e dobbiamo essere pagate come gli uomini, un problema non solo italiano ma universale. Parliamo della resilienza delle donne attraverso figure come quella di Emma Vidal, che è riuscita a scrivere la sua storia nonostante fosse analfabeta, abbandonata dalla famiglia e cresciuta in orfanotrofio».

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