Herero e Nama, qualcosa si muove in Germania

Alla nuova udienzaa New York del processo intentato dalle popolazioni della Namibia contro lo sterminio perpetuato dai tedeschi, per la prima volta si è presentato un avvocato della difesa

Qualcosa si muove. Nei giorni scorsi è andata in scena una nuova puntata dell’annosa questione che, ad oltre un secolo dai fatti, ancora separa la Germania da una delle nazioni, la Namibia, che ha sperimentato sul proprio terreno la presenza coloniale di una potenza europea. Da tempo i discendenti delle popolazioni Herero e Nama, due fra le numerose etnie presenti nel grande Stato sudafricano e vittime di uno sterminio di massa da parte delle forze occupanti tedesche negli anni che vanno dal 1904 al 1910 per non essersi volute piegare a cedere le terre più fertili ai coloni occupanti, hanno giocato una nuova carta.

I rappresentanti dei due popoli si dicono stanchi per i decenni di silenzio prima, e per un dialogo con Berlino sempre a intermittenza poi, veicolato da un governo locale namibiano formato da etnie differenti (soprattutto Ovambo) poco interessate a sostenere le cause degli Herero e Nama quanto piuttosto ad accaparrarsi i denari che il governo tedesco ha fatto giungere in maniera copiosa a partire dal 1990 per il sostegno di progetti di cooperazione. Denari finiti chissà dove, date le condizioni di sopravvivenza di larga parte della popolazione.

Da qui la decisione di citare in giudizio la Germania presso un tribunale statunitense per veder finalmente riconosciuto ciò che oggi a mezza bocca anche alcuni politici tedeschi iniziano a chiamare per ciò che è stato: un genocidio, anzi il primo genocidio del novecento, che in pochi anni ha portato alla morte di circa 100 mila persone. Un riconoscimento che se ufficiale, potrebbe aprire una valanga di azioni simili da parte di altre etnie in tutto il continente, che per decenni è stato terreno di depredamento e conquista da parte delle potenze europee, Francia, Germania, Inghilterra, Portogallo, Italia.

Ecco perché i governanti tedeschi hanno sempre preferito aprire i portafogli a favore della Namibia piuttosto che sedersi ad un qualsiasi tavolo per ragionare su ciò che è stato.

Ma se le precedenti due udienze hanno visto la sedia vuota dei rappresentanti di Berlino, che in nessuna maniera vuole legittimare la causa in corso, all’ultima seduta convocata il 25 gennaio scorso per la prima volta era presente un legale in rappresentanza del governo tedesco.

Le pressioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della stessa ambasciata a stelle e strisce di Berlino, irritati per l’insistenza tedesca nel non riconoscere la legittimità del tribunale americano ad esprimersi in materia, sono stati più forti del senso di giustizia. O di colpa.

Per la prima volta dunque un avvocato di Berlino ha partecipato all’udienza alla corte di New York, alla presenza come sempre fra il pubblico di una folta delegazione di discendenti dei popoli Herero e Nama. La strategia tedesca rimane comunque la stessa: non riconoscere le azioni commesse rivendicando di fatto un’ immunità su fatti inerenti la sovranità tedesca, seppur disdicevoli. Mea culpa magari si, ma niente giudizio dei tribunali per favore.

Eppure ancora oggi la quasi totalità delle poche terre fertili di una delle nazioni con il più basso tasso di reddito pro capite al mondo è in mano ai discendenti di quei coloni, che vivono in cittadelle arroccate e iper-controllate della capitale Windhoek o delle cittadine lungo la costa.

Il processo si era aperto un anno fa, il 5 gennaio 2017, ispirato all’Alien Tort Statute, che consente ai cittadini stranieri di sottoporre a giudizio dei giudici americani atti commessi al di fuori degli Stati Uniti e contro i diritti umani. Un tentativo che rischia di fallire perché solitamente si è inteso punire le azioni commesse da istituzioni americane, e non di Paesi terzi. Questo è uno dei contenziosi su cui dovrà esprimersi il giudice dopo che finalmente la Germania è comparsa in udienza. Lo sanno bene gli eredi dei Nama e degli Herero, interessati anche al clamore internazionale che la vicenda sta sollevando, e speranzosi che ciò possa indurre i due governi a dare un’accelerata alle trattative, con una rappresentanza delle due etnie sedute allo stesso tavolo. Le richieste, scuse formali della Germania, riconoscimento del genocidio e equo risarcimento appaiono tappe difficili.

Certo il dibattito si è riacceso in Germania, dopo decenni di oblio, anche per la forte ammissione di colpa e richiesta di perdono pronunciato dalle chiese evangeliche. Ad aprile del 2017, a pochi giorni dall’avvio dell’Assemblea luterana mondiale, ospitata non a caso proprio dalla Namibia in cui ancora oggi esistono tre distinte denominazioni luterane, la Chiesa evangelica in Germania (Ekd, la principale denominazione luterana tedesca) si è infatti  rivolta ai discendenti delle vittime per ammettere la propria parte di responsabilità : «Confessiamo oggi espressamente la nostra colpa verso il popolo namibiano e davanti a Dio - si legge nell’ampio documento intitolato “Perdona i nostri peccati (Matteo 6:12)”, che così prosegue-: Dal profondo dei nostri cuori chiediamo ai discendenti delle vittime e a tutti coloro che patirono per il ruolo coloniale della Germania il perdono per il male fatto e per il dolore subito».

Nel testo, la chiesa protestante affronta le proprie responsabilità storiche davanti alle atrocità commesse nel paese africano fra il 1884 e il 1915 dalla potenza occupante, la Germania. Per quanto è noto fino ad oggi dalle fonti, si legge nel testo, è da escludere totalmente un ruolo attivo diretto da parte dei pastori luterani tedeschi inviati in Africa sud occidentale nelle uccisioni di massa, da molti considerate le prove generali dello sterminio nazista di pochi decenni dopo; tuttavia, attraverso la giustificazione teologica del potere imperiale e del dominio coloniale, condita da un profondo razzismo, essi hanno in qualche maniera preparato il terreno per la morte di migliaia di persone di diversi gruppi etnici. Il testo a tal proposito afferma: «Questo è un grande peccato che non può essere giustificato».

La richiesta di perdono è il risultato di un’ampia indagine, che ha preso avvio nel 2007 e si è conclusa nel 2015, di valutazione del ruolo della chiesa e delle società missionarie durante il periodo coloniale e nell’era dell’apartheid.

Il percorso ha radici ancora più profonde. Nel 1971 i rappresentanti della United Evangelical Mission(Uem) in Namibia ammisero di «aver spesso ceduto alla tentazione di cooperare con i governi di occupazione a spese dei nostri fratelli e sorelle indigeni». I delegati Uem hanno ribadito tale confessione di colpa nel 1978 e nel 1990. Da allora il dialogo è continuato fino alle forti parole di oggi. A febbraio 2017 si è svolto in Namibia il primo incontro tra i rappresentanti di chiese evangeliche tedesche e namibiane volto alla commemorazione delle vittime del genocidio, mentre durante l’ Assemblea luterana mondiale i vertici delle chiese luterane hanno ribadito le colpe dei loro avi.

Come abbiamo accennato ci sarebbe l’irritazione americana alla base della comparizione tedesca in tribunale: l’ambasciata statunitense avrebbe informato il governo tedesco che il rischio di fronte ad una mancata comparizione, sarebbe stato quello di veder emesso comunque un verdetto, a forte rischio di condanna. Solo a questo punto Berlino ha smesso con la politica ostruzionistica ed ha inviato un avvocato che al momento ha chiesto al giudice di veder spostato un eventuale processo in Germania, che sarebbe, secondo la difesa, la sede appropriata a ricevere e giudicare. E quindi a tacitare per sempre, se è vero che i tribunali tedeschi fino ad oggi hanno rifiutato risarcimenti o riconoscimenti per i sopravvissuti greci e jugoslavi ai massacri della Wehrmacht e afghani in tempi più recenti. Cause sempre respinte con la motivazione dell’immunità statale. Ecco perché gli eredi dei Nama e degli Herero non vogliono che il processo abbia luogo in Germania.

Qualcosa si muove. Se sarà una piccola breccia che fa crollare la diga o se sarà nulla lo dirà il tempo. La prossima udienza è fissata per il prossimo 3 marzo.

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