Mille giorni di silenzio per lo Yemen

Dopo l’uccisione dell’ex presidente Saleh, la guerra nello Yemen ha raggiunto un nuovo livello. Secondo la giornalista Laura Silvia Battaglia «oggi non esiste una soluzione diplomatica»

La guerra dello Yemen dura ormai da oltre mille giorni e non si intravede la fine. Nella giornata di martedì 19 dicembre, proprio quando si entrava nel millesimo giorno da quel 25 marzo 2015 in cui una coalizione a guida saudita cominciò a bombardare il Paese, la tensione ha ripreso ad aumentare. In particolare, la contraerea dell’Arabia Saudita ha comunicato di aver intercettato un missile proveniente dallo Yemen, accusando l’Iran di essere il mandante anche di questo attacco, oltre che della guerra per procura in corso in diversi scenari della regione mediorientale.
Poco dopo, i ribelli Houthi, alleati di Teheran, hanno rivendicato l’attacco e un loro portavoce ha spiegato che il missile puntava verso lo Yamamah Palace, residenza reale saudita in cui stava per essere presentato alla stampa il bilancio del regno con la presenza di diversi ministri. Si tratta della terza volta, durante il 2017, che un missile lanciato dai ribelli yemeniti sorvola lo spazio aereo saudita.

Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno accusato l’Arabia Saudita e i suoi alleati di aver ucciso almeno 136 civili nei raid degli ultimi dieci giorni, quando lo scontro è diventato più intenso dopo l’uccisione dell'ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh da parte degli Houthi, fino ad allora suoi alleati. La giornalista Laura Silvia Battaglia, che ha vissuto quattro anni in Yemen e lì aveva messo radici prima della guerra, racconta che in effetti «l’assassinio di Ali Abdullah Saleh due settimane fa è stato determinante affinché gli eventi precipitassero».

L’autrice del libro La sposa yemenita, reportage a fumetti dedicato a questo Paese, precisa questa affermazione aggiungendo che «il nord dal punto di vista del controllo militare negli ultimi tre anni era stato tenuto saldo dagli Houthi, che sono milizie che non fanno passare nemmeno uno spillo all’interno del confine del nord, ma per l’aspetto amministrativo e governativo stava in piedi per via dell’esperienza di Saleh e del suo partito, al-Mutammar».

Come si è arrivati a quel punto?
«Gli alleati di Saleh, gli Houthi appunto, che erano tra l’altro suoi ex nemici in anni passati, hanno deciso di eliminare Saleh perché aveva teso una mano all’Arabia Saudita, che a sua aveva chiesto di riavvicinarsi. La mediazione della Russia in questo era stata importante, ma gli Houthi non vogliono recedere dalle loro posizioni e si sono vendicati di quello che per loro in questo momento era un tradimento. Questo significa che lo scenario del nord porta gli ex alleati a diventare di nuovo nemici e porta le strade di Sana’a a essere teatro di vendette che si riverberano su tutta la popolazione. Pensiamo a quante persone nel tempo siano state vicine a Saleh, un presidente che alcuni considerano sia stato un autocrate, molti un effettivo dittatore, come divenne evidente poi nella rivoluzione 2011 che lo defenestrò; Saleh ha governato per 33 anni, questo vuol dire che non c’è zona dello Yemen che non sia stata toccata dal suo potere, dalla sua influenza».

Torniamo alla nuova escalation: quali strade lascia aperte e quali chiude?
«Al momento in mano non esiste una soluzione diplomatica. Può esistere una soluzione strategica che sembrerebbe essere messa nelle mani del figlio di Saleh, il quale prima è andato a Riyadh, poi è andato successivamente a parlare con gli Emirati Arabi Uniti, mentre dal punto di vista militare i sauditi stanno pressando gli Houthi vicino ad Hodeida, vicino allo sbocco sul mare, hanno conquistato una città vicina, c’è stato un bombardamento su un ospedale, poi ieri la notizia di un bombardamento massiccio vicino a Sana’a che ha colpito parecchi civili in corteo. Ecco, siamo abbastanza vicini ad una soluzione militare intensa e dura».

Nel momento in cui si dovesse uscire da questo conflitto, quali code ritroveremmo di questi mille giorni di guerra sulla società civile?
«La società civile è profondamente spaccata e abbiamo almeno due o tre generazioni di giovani che di fatto sono rovinate da questa guerra: chi per esempio oggi ha 20 anni non vede davanti a sé alcuna speranza, chi ne ha 15 va al fronte, chi ne ha di meno rischia di morire per malnutrizione. Abbiamo una prospettiva molto difficile per quanto riguarda gli sviluppi del Paese, per quanto riguarda chi poi, anche nella società civile, potrà sostenere volontariamente tutto questo».

E sulla politica? Possiamo pensare che lo Yemen possa rimanere un unico Paese?
«Diciamo che c’è un interesse reale, soprattutto regionale, dei Paesi vicini, a mantenere uno Yemen unito, perché il nord ha le risorse e il sud ha i porti, tuttavia è molto chiaro il fatto che in Yemen ci sono almeno 4 regioni con interessi diversi e che chiedono una sorta di federazione o di indipendenza. Il nord è in mano attualmente ai ribelli Houthi e comunque ha delle rivendicazioni su base forse non strettamente etnica ma certamente tribale; il sud da tanti anni desiderava separarsi, ha un movimento separatista molto importante che diede filo da torcere allo stesso Saleh; poi abbiamo due regioni importanti: prima di tutto l’Hadramawt, che è una regione con una lunghissima storia e che ha già chiesto al Consiglio di Cooperazione del Golfo di essere riconosciuta in modo indipendente. L’Hadramawt ha anche parecchio petrolio e questo è interessante perché sono riusciti anche a defenestrare da soli, con la loro guardia regionale, la presenza di al-Qaeda e ci tengono molto, perché molti di loro sono uomini d’affari, a rimanere indipendenti. Infine c’è il Ma’rib, regione appena a sud di Sana’a che si sta ponendo come la regione in questo momento più pacifica, dialogante, con politici che fanno anche la spola con l’estero e che stanno ponendo il Ma’rib in una posizione di supremazia dicendo “noi siamo in pace, potremmo guidare il paese e avere una certa indipendenza”. Il quadro sarà sicuramente quello di uno Yemen più frammentato, a meno che non ci sia qualcuno, un uomo importante, che riesca a mettere d’accordo, come di fatto fece Saleh, le tribù, gli interessi locali, quelli regionali e quelli internazionali».

In tutto questo, colpisce lo scarso interesse da parte dell’informazione italiana. Perché, secondo lei?
«La stampa italiana non ha una grande tradizione di esteri. Oggettivamente non abbiamo un grande passato coloniale e questo ci differenzia moltissimo dal modo di trattare gli esteri che possono avere la Francia, il Regno Unito, ma anche gli Stati Uniti. Detto ciò, lo Yemen è un Paese con cui l’Italia ha intrattenuto rapporti soprattutto legati all’archeologia, alla conservazione del patrimonio artistico e culturale, alla medicina e alla conservazione naturale del pesce. Attualmente invece ha dei rapporti indiretti dovuti al commercio delle armi con i Paesi del golfo: ecco, questo è un elemento che probabilmente non favorisce la narrazione della guerra in Yemen perché noi abbiamo anche una responsabilità diretta nel fornire delle armi a dei Paesi che lo bombardano. È un elemento di criticità rispetto alla discussione e all’opinione pubblica».

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