Nella notte tra il 14 e il 15 novembre, l’esercito dello Zimbabwe si è mosso nella capitale del Paese, Harare, prendendo il controllo della televisione di Stato e dell’area che circonda il palazzo presidenziale. In uno strano clima, descritto da tutti i testimoni come relativamente tranquillo, i mezzi militari e i soldati hanno preso in custodia il presidente, Robert Mugabe, insieme a sua moglie Grace. Nella definizione di “messo in sicurezza” usata dall’esercito, è facile leggere che in realtà il presidente si trovi ora agli arresti domiciliari.

Mugabe, che guida il Paese dal 1980 e che oggi ha 93 anni, durante il suo governo ha instaurato una dittatura che ha ridotto gli spazi di opposizione e ha portato lo Zimbabwe a essere uno tra i 25 Stati più poveri al mondo. Nonostante le difficoltà economiche e le numerose critiche internazionali, il presidente era riuscito ad attraversare senza danni varie stagioni politiche. Oggi però il suo potere sembra essere davvero arrivato alla fine.

Al centro della scena e del conflitto Grace Mugabe, la moglie del dittatore, ritenuta da molti la sua erede designata ma sgradita ai militari. In un comunicato video trasmesso sulla televisione di Stato, un portavoce dell’esercito ha affermato che che l’iniziativa ha lo scopo di fermare “i criminali” intorno a Mugabe, e ha negato la natura di colpo di stato, definendo l’azione una “misura correttiva senza spargimento di sangue”.

In quello che sembra essere un regolamento di conti tra i vari poteri presenti in Zimbabwe, non mancano le teorie che guardano alle potenze straniere. In particolare, Adrian Blomfield sul quotidiano britannico The Telegraph si chiede se la Cina abbia dato l’assenso al colpo di Stato”. I sospetti su un interesse di Pechino sono dettati dalla visita che il Capo di Stato maggiore dell’esercito zimbabwese, Constantine Chiwenga, ha effettuato in Cina la scorsa settimana. Ufficialmente si trattava di un incontro alla pari con l’omologo cinese Fan Changlong, ma non tutti sembrano convinti di questa spiegazione.

«Per capire questa crisi – spiega il giornalista Enrico Casale, redattore di Rivista Africa – bisogna fare un passo indietro: Robert Mugabe è da 37 anni al potere, è un uomo che ha 93 anni e ha annunciato che si ricandiderà alle prossime elezioni presidenziali nel 2018. Alle sue spalle si è già scatenata una lotta per la successione e ci sono due correnti prevalenti: una fa capo alla moglie di Mugabe, Grace, l’altro all’ex vicepresidente, Emmerson Mnangagwa, che è sostenuto dai veterani e dall’esercito. Con il licenziamento nelle scorse settimane dell’ex vicepresidente, che era uno stretto collaboratore di Mugabe, l’esercito è intervenuto per cercare di evitare che Grace Mugabe arrivasse al potere. Questo fa capire come questa lotta sia una lotta all’interno del partito di potere e direi anche all’interno del gruppo dominante, l’etnia Shona, che dal 1980 con l’indipendenza ha preso il potere e governa il Paese con pugno di ferro».

È possibile leggere in qualche modo l’orizzonte politico?
«È difficilissimo fare delle previsioni. In questo momento il potere è gestito dalle forze armate, questo è sicuro. Che cosa succederà dopo è più complesso. Tornerà l’ex vicepresidente che è in esilio? Ci sarà un governo militare? Questo non si sa ancora e non si è ancora capito con chiarezza. Ecco, quel che si è capito finora è che Grace Mugabe al momento è stata messa fuori gioco. Si dice addirittura che non sia più in Zimbabwe ma sia in Namibia.
Per il futuro, mi sono fatto l’idea che Robert Mugabe, che nonostante la dittatura feroce e le politiche disastrose ha ancora un grande seguito nel Paese ed è un simbolo, rimarrà al potere almeno formalmente fino alle elezioni che si terranno nel 2018. Nel frattempo la situazione verrà gestita dietro le quinte o dalle forze armate o dall’ex vicepresidente. Poi alle prossime elezioni si vedrà».

Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha lanciato un appello invitando alla calma, alla nonviolenza e alla moderazione nel gestire questo momento così complesso. Però come è possibile che le Nazioni Unite abbiano lasciato incancrenire la situazione così a lungo?
«Il fatto è che di solito le Nazioni unite non intervengono in Paesi con istituzioni stabili. In Africa ci sono tanti altri esempi di dittatura, dalla Guinea Equatoriale all’Eritrea e così via, ma gli organi internazionali possono soltanto fare pressione sui processi democratici, senza possibilità di intervenire. Questo a dispetto del fatto che la popolazione vive in condizioni disastrose: è proprio il caso dello Zimbabwe dopo la riforma economica fatta da Mugabe nel 2000, quando ha tolto le terre ai farmers bianchi, che avevano le loro colpe ma comunque le gestivano bene, mandando di fatto in rovina lo Stato. Questa però è una politica nazionale, su cui le Nazioni Unite non hanno margine d’intervento. L’auspicio sarebbe che ci fosse la possibilità di bloccare certe politiche che vanno chiaramente a danno della popolazione, ma oggi non può avvenire».

La possibile transizione politica può mettere a rischio la cooperazione internazionale, che nell’area riguarda principalmente il mondo delle chiese cristiane?

«Credo che la cooperazione sul territorio, siccome opera per prevenire i problemi e si fonda sulla buona volontà delle persone, non ne risentirà. Certo, pagherà il prezzo dell’instabilità e andrà incontro a dei problemi politici, ma la collaborazione sul terreno non pagherà un dazio.

Diverso è il problema a livello di vertici: ci sono chiese che sono più legate ai poteri politici, altre che lo sono di meno, quindi a quel livello ci sta che ci siano delle tensioni. A livello locale, per fortuna, non avrà invece grande riverbero».

 

 

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