Muslim Ban. Religiosi (e non) in piazza contro Trump

Una manifestazione davanti alla Casa Bianca per esprimere solidarietà alle comunità musulmane e contro il provvedimento che chiude le porte agli stranieri

Centinaia di persone si sono riunite ieri a Washington per ribadire la loro contrarietà al decreto definito Muslim-ban: musulmani, ebrei, cristiani e non credenti hanno manifestato nel parco di Lafayette Square per esprimere pubblicamente il loro fermo #NoMuslimBanEver (il provvedimento relativo all’ingresso di stranieri sul suolo americano, voluto dal presidente Trump).

Una manifestazione che in corteo ha poi raggiunto l’Hotel Trump International, che si trova a pochi isolati dal parco.

Kalid Ali, marocchino e cittadino americano ha ricordato che il presidente Trump nel tentativo errato di proteggere «gli americani» dal terrorismo «sta punendo tante persone e soprattutto i paesi di tradizione e origine musulmana, e questo per le certo terribili e deprecabili azioni di “poche mele marce”, ma che nulla hanno a che vedere con l’Islam».

Ali, ha poi incoraggiato i manifestanti a chiedere al presidente Trump «di eliminare questo provvedimento. Non siamo tutti d’accordo con le sue decisioni presidente... lei deve capire che ci sono tante buone persone che vivono nel territorio americano e che siamo una moltitudine».

I manifestanti, gremiti intorno ad un grande palcoscenico situato al centro del parco, si sono poi alternati con testimonianze e hanno invitato i passanti, attratti dai canti e dai colori della piazza, a gridare e condividere slogan anti-provvedimento quali: «nessun divieto ai musulmani, mai!».

Stiamo semplicemente ricordando a tutti che «la democrazia per questa Nazione è tutto», ha detto Leslie Carter, un cittadino non credente presente tra la folla: «tuttavia, dobbiamo impegnarci duramente, ogni giorno, per ricordarlo sia a chi ci guida sia a chi spesso non si interessa di ciò che gli accade intorno. La nostra presenza qui, oggi, è un modo per dimostrare il nostro interesse e il nostro impegno e l’amore per la nostra Nazione».

Gamileh Jamil, di Buffalo, New York, che lavora nel Centro per i servizi economici e sociali della Comunità Araba Americana, ha rilevato: «1 persona su 3 nella città di Buffalo è immigrata. Siamo qui “con la schiena dritta e mettendoci la faccia” per rappresentare tutti i volti e le storie che incontriamo quotidianamente. Siamo qui per raccontare le lacrime, le frustrazioni, di persone e intere famiglie oggi costrette a vivere in paesi in guerra, in luoghi difficili, persone alle quali oggi è negata la possibilità di potere trovare rifugio e riparo in questa che consideriamo casa nostra, una casa che viviamo e che amiamo, gli Stati Uniti», ha concluso Jamil.

Due giudici federali (Hawaii e Maryland), hanno deciso di sospendere temporaneamente il divieto per questa settimana. Un divieto che impedisce alle persone provenienti da Iran, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Ciad, Corea del Nord, e così per alcuni funzionari del governo venezuelano, di poter raggiungere ed entrare negli Stati Uniti.

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