La Facoltà pentecostale di Scienze religiose compie dieci anni

Due giornate in cui si ripercorrerà l’attività della prima istituzione accademica fondata nel movimento pentecostale. Ne parliamo con il pastore Carmine Napolitano, preside della Facoltà

Il 9 e il 10 giugno a Bellizzi (Sa) si celebrerà il decennale della Facoltà pentecostale di Scienze religiose, prima istituzione accademica fondata nel movimento pentecostale, per volontà della Federazione delle chiese pentecostali (Fcp). Il programma prevede nel pomeriggio di venerdì un momento istituzionale con rappresentanti sia delle realtà evangeliche sia delle amministrazioni locali, a seguire una tavola rotonda su «Formazione teologica, dialogo, integrazione». Nella mattinata di sabato invece verranno ripercorsi i dieci anni della facoltà attraverso testimonianze di docenti, studenti, collaboratori che hanno a vario titolo partecipato al progetto formativo. Abbiamo rivolto alcune domande al pastore Carmine Napolitano, preside della Facoltà, nonché presidente della Fcp.

Dieci anni non sono tanti ma sono abbastanza per fare un primo bilancio di questa esperienza. Quali risultati sono stati finora raggiunti?

«Dieci anni sono un tratto breve per misurare risultati significativi ma sono abbastanza per cercare di capire il significato di un progetto innovativo come il nostro all’interno del mondo pentecostale. In primo luogo direi che l’obiettivo di costruire un punto di riferimento e di formazione nel mondo pentecostale di carattere accademico, che in qualche modo diventasse anche un centro di irradiazione di formazione teologica a 360 gradi, è stato raggiunto al 50%, in quanto ci sono aree del nostro mondo che di questo progetto si sono interessate poco, e in qualche caso se ne sono disinteressate del tutto. Per quanto riguarda invece l’altro obiettivo posto all’inizio del progetto, cioè mettere in condizione il mondo pentecostale di avere una voce autorevole all’interno del mondo accademico generalmente inteso, che potesse interloquire con gli altri istituti di formazione teologica, devo dire che i risultati sono andati ben oltre le attese. Nel giro di pochissimo tempo, infatti, la nostra facoltà ha ricevuto l’attenzione di diverse istituzioni accademiche che si rivolgono a noi per avere informazioni sul mondo pentecostale, che ci invitano a partecipare a convegni, seminari, conferenze in cui si parla di questioni che riguardano il mondo pentecostale e non solo; infine, ha attirato l’interesse di istituti di formazione già consolidati con i quali collaboriamo sia per progetti di formazione sia per sviluppi dell’offerta formativa. Questi due fronti credo diano un po’ l’idea del lavoro che è stato fatto e dei risultati raggiunti».

Quali sono le maggiori sfide che si trova ad affrontare la Facoltà oggi?

«Credo che le nostre sfide siano quelle che generalmente un po’ tutte le facoltà di teologia stanno affrontando oggi, e cioè lavorare per dare un senso agli studi di teologia in una duplice direzione: da un lato far capire a chi opera nel mondo delle chiese che la formazione teologica è indispensabile; dall’altro far capire alla società esterna, e soprattutto al mondo accademico, che la formazione teologica non è inutile. Purtroppo sulla scia di un disinteresse che sta coinvolgendo tutto l’ambito delle discipline umanistiche, nel campo accademico si tende a ritenere inutili gli studi teologici, mentre invece siamo convinti che gli studi di teologia siano molto utili per capire i grandi processi di riorganizzazione dei rapporti e delle relazioni mondiali a cui stiamo assistendo, e all’interno dei quali il fattore religioso gioca un ruolo non da poco. Il problema di fondo è che ci si interessa della religione solo a partire da analisi di tipo sociale o antropologico. Anche il fenomeno pentecostale – ad esempio – viene studiato cercando di leggere di questo fenomeno le dinamiche sociali, antropologiche, culturali, a volte anche psicologiche, ignorando quasi del tutto le motivazioni profonde teologiche di una comunità cristiana che si riconosce all’interno di determinati valori, principi che partono dal confronto serio con il testo biblico. Penso che una delle sfide più significative per il futuro sia proprio quella di cercare di convincere un po’ tutti, dentro e fuori le chiese, che questo tipo di studi non sono una perdita di tempo né una inutilità».

Nel panorama dell’evangelismo italiano quale può essere il contributo della Facoltà pentecostale?

«Innanzitutto il contributo maggiore che la nostra Facoltà può dare e sta cercando di dare è formare delle persone in grado di interloquire con gli altri mondi evangelici dal punto di vista culturale e con una discreta preparazione di tipo ecumenico. In tutta sincerità devo dire però di non vedere molta attenzione verso la Facoltà pentecostale, noto certamente apprezzamento, ma è una cosa diversa. Che si apprezzi un’iniziativa per quello che significa è un conto, che si tenga conto di quella iniziativa nell’ambito della progettualità è altra cosa. Probabilmente questo deriva dal fatto che gli altri istituti di formazione accademica che ci sono nel mondo evangelico sono molto organici alle chiese di appartenenza, cioè la loro struttura è finalizzata alla formazione dei quadri delle chiese, e noi non abbiamo questa caratteristica. Però ho sempre sperato e voglio continuare a sperare che ci possano essere dei momenti di collaborazione significativa tra le strutture accademiche del nostro mondo anche perché credo sia un modo per cercare di valorizzare la presenza del mondo evangelico all’interno del più ampio mondo culturale. Da questo punto di vista qualche passo in avanti si è fatto almeno con qualcuno di questi istituti, come la facoltà avventista, con altri vedremo nel tempo cosa può accadere».

 

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