Ieri la notizia letta sovrappensiero, un nome che non mi dice nulla. Ma poi quell’altro accanto. Un flash, un tuffo nella memoria e al cuore. Un ricordo e un pensiero: anche la mia generazione, nata fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 del secolo scorso, ha avuto la sua Vermicino, il dramma collettivo che pare risvegliare coscienze e anime, che ci interroga e spinge, forse, a cambiare parte dei nostri atteggiamenti, delle nostre convinzioni. Per fortuna in questo caso il paragone con la tragica morte nel pozzo di Alfredino Rampi non riguarda la deleteria parte legata ad un voyeurismo intimo che esplose con virulenza senza precedenti, cambiando il modo di fare televisione in Italia. Riguarda invece l’ondata di commozione collettiva, che per il dopo Rampi portò alla creazione della Protezione Civile come la conosciamo oggi, e nel caso che ricordo ora portò ad un incredibile aumento delle donazioni di organi, tema all’epoca se non proprio tabù, certo che faticava a far breccia nella sensibilità della cosiddetta opinione pubblica.

Era l’ottobre del 1994 quando nelle case, anche nella mia di allora ragazzo di quarta ginnasio, entrò la vicenda umana della famiglia Green. Il piccolo Nicholas, 7 anni, dormiva sul sedile posteriore della Y10 accanto alla sorella Eleanor di tre anni più grande. Da due settimane in vacanza nel nostro paese, papà Reginald stava guidando, a fianco la moglie Margaret, in direzione Sicilia. Ma prima c’era, c’è ancora, da superare la Salerno-Reggio Calabria, lunga striscia d’asfalto senza caselli che diventa spesso terra di conquista, luogo di predoni. Così accade per la famiglia Green, californiani di San Francisco, innamorati del nostro paese. La loro auto viene scambiata per quella di un orafo e assaltata da due rapinatori. Il padre accelera, tenta di non farsi bloccare. Partono degli spari, uno colpisce Nicholas ma i famigliari se ne accorgono solo dopo qualche chilometro quando i balordi desistono e un auto della polizia compare a raccogliere le testimonianze sconvolte dei coinvolti. La corsa in ospedale, due giorni di coma e poi la morte. Assurda, ingiusta.

Ecco il gesto dei Green che commosse il mondo: «Nostro figlio si trovava bene nel vostro paese, per questo desideriamo che da tanto dolore possa nascere qualcosa di buono proprio qui». Il loro desiderio si concreta nella donazione degli organi del piccolo, che da allora continuano a vivere in 7 altre persone. Una di queste, una donna trapiantata con il fegato di Nicholas, oggi ha un bambino che porta lo stesso nome del piccolo statunitense. L’uomo che ricevette il suo cuore è morto nei giorni scorsi per un’altra malattia. Ha vissuto 23 anni in più grazie alla generosità della famiglia Green.

L’Italia versò fiumi di lacrime sincere davanti all’assurdità del male. Qualcosa scattò, i dati del Centro nazionale trapianti non mentono: nel 1994 i donatori di organi in Italia erano 7,9 per milione di abitanti, l’anno dopo passarono a 10,1, oggi sono 24,3. Era stata da poco approvata la legge 578 del 1993 che per la prima volta stabiliva i termini dell’accertamento della morte finalizzato al prelievo di organi. Il coraggio della famiglia Green portò i legislatori a un’ampia riflessione sulla materia, sfociata nei suoi termini compiuti nella legge 91 del 1999 che per la prima volta affrontava in maniera sistemica, totale, il grande tema delle donazioni.

Appena pochi anni prima c’era stata la drammatica stagione dei sequestri dei bambini, Farouk Kassam, Cesare Casella e altri. Altra pagina folle quella dei rapimenti, che in qualche maniera però si concludevano con un lieto fine ai miei occhi di bambino. L’orco, l’eroe, la prova, il riscatto. La narrazione delle fiabe venne spazzata via in maniera definitiva dalla morte di Nicholas Green. Sembra incredibile ma internet ancora non c’era, e di conseguenza mancava la sovraesposizione a stimoli e contenuti esterni che caratterizza invece questi anni. Questo per dire che di notizie di morti di bambini non avevo mai sentito troppo parlare, o così mi pareva, carestie e guerre lontane facevano poca breccia nell’unico telegiornale delle 20. Lo shock fu grande, il ricordo rivive oggi ricco di particolari, segno della forza del suo scavare.

Strade e scuole, piazze e giardini, dal nord al sud portano il nome di Nicholas, e ricordano in questo modo ogni giorno la sua vicenda umana. Papà Reginald ogni anno torna in Italia per incontrare studenti e istituzioni al fine di tenere viva la memoria e alta l’attenzione sull’importanza della donazione.

«Ogni giorno penso a Nicholas cento volte e ancora con le lacrime agli occhi. Ma da 21 anni le mie lacrime non sono soltanto di dolore, ma anche di gioia per quei sette italiani a cui il mio Nicholas ha donato i suoi organi». Così parlava un paio di anni fa Reginald Green ad un convegno all’ospedale Niguarda di Milano. Non serve aggiungere altro.

Immagine: Reginald, il padre di Nicholas Green

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