La rotta balcanica, il percorso che dalla Grecia sale attraverso diversi paesi per raggiungere l’Austria e poi il resto d’Europa è sempre più difficile da percorrere a causa delle politiche di blocco dei migranti da parte di diversi stati. Pur essendo lontana dalla chiusura prospettata da Donald Tusk nel marzo 2016, la via attraverso i Balcani lascia passare le persone a piccolissimi numeri, alimentando però le speranze di molti. A metà gennaio la situazione a Belgrado è stata promossa alle prime pagine, che hanno raccontato la tragica precarietà di circa duemila migranti costretti a accamparsi in capannoni vicini alla stazione centrale. Molti pensano che i confini si apriranno prima o poi, e questo porta a una speranzosa e indefinita attesa. Ne abbiamo parlato con Ivan “Grozny” Compasso, giornalista che si trova a Belgrado.

Qual è la situazione climatica in città?

«Si passa dai quattro ai cinque gradi sottozero nel momento più caldo del giornata fino ad abbassarsi ancora di più: una situazione dura anche dal punto di vista meteorologico, soprattutto per persone abituate a climi molto diversi».

C’è un assistenza efficace in Serbia? Come si vive in questi magazzini?

«Nel mio viaggio sono andato al seguito di un convoglio umanitario italiano finanziato dal gruppo parlamentare di Sinistra Italiana e c’erano diverse persone che sono andate a consegnare questo materiale. Medici senza frontiere ha un camper e sta allestendo un piccolo ambulatorio per curare le patologie più facili da affrontare e per portare visite e assistenza a tutti. Fino a qualche settimana fa non c’era assolutamente nulla, anche perché è molto problematico avere i permessi per poter fare delle azioni umanitarie. Poi ci sono piccole realtà serbe che tentano di andare incontro a queste persone. Le fotografie e i video dei migranti che attendono accanto alla stazione di Belgrado hanno colpito tutti, però bisogna sottolineare che queste persone scelgono di stare in questi luoghi perché sono speranzosi: credono che da un momento all’altro arriverà qualcuno che li porterà a nord, dove è possibile provare a passare. Nel frattempo vivono in una precarietà disumana, senza acqua né servizi e con cibo limitato. C’è gente che aspetta da settimane o mesi, nell’odore costante di bruciato di ciò che si usa per cercare di scaldarsi e contrastare il gelo. Quella italiana era la prima spedizione di aiuti arrivata: come raccontava il Commissario ai profughi nominato dal governo serbo, non esiste una procedura ufficiale in Serbia per mandare gli aiuti. È stato interessante sentir dire al Commissario che loro in fondo non sanno cosa fare, l’Europa non gli ha detto se devono accogliere queste persone o terrorizzarle come fanno i paesi vicini. Si dice che si blocca e si chiude tutto, ma in realtà è come per le gocce d’acqua che si provano a fermare: qualcosa si muove ma a una lentezza incredibile».

Lei è stato a Subotica, che è ormai diventata sinonimo di “muro” e di “vicolo cieco”: qual è stata la sua impressione?

«In quei luoghi è interessante andare sia di giorno negli hangar sia di notte a cercare le persone che attendono i passaggi. Ho visto una ex fabbrica di mattoni abbandonata, dove le condizioni di vita sono ancora più dure che a Belgrado, c’è ancora più freddo e bisogna stare nascosti. La polizia serba non crea troppi problemi, la parte più temibile è invece il pezzo di confine con l’Ungheria: il muro oltre che fisico è umano, fatto da pattuglie di poliziotti con i cani che cercano questi ragazzi migranti. Oltretutto, molti di loro sono davvero giovani: ho incontrato un ragazzo che aveva 13 anni ed era partito un anno fa. Mostrano le ferite dei cani, fanno vedere di essere a piedi scalzi, o comunque poco coperti. Inoltre la polizia per dissuaderli dall’andare avanti spesso toglie loro i vestiti e le scarpe mettendo così a rischio la loro vita».

La speranza di arrivare è comunque più forte di qualunque dissuasione?

«Afghani e pakistani, quando raccontano, dicono che non è la guerra acclarata come la vediamo in Siria attraverso i quotidiani, ma una guerra diffusa a macchia di leopardo, figlia delle divisioni tribali. Per esempio i talebani operano ancora oggi con violenza. Tutti hanno la speranza di trovare lavoro in Europa, e tutti sono certi di arrivare. Molti sono i caduti durante il viaggio e sperano di non essere i prossimi: un ragazzino di 13 anni mi ha raccontato di aver perso il padre in un fiume in Ungheria mentre cercava di scappare dalla polizia. Le gocce però non finiranno mai».

Immagine: via flickr - Miloš Marković

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