Sabato 19 novembre una trentina di persone, ospitate in un centro umanitario temporaneo allestito a Roma da Medu, Medici per i diritti umani, insieme agli attivisti del centro Baobab, sono state sgomberate e portate presso gli uffici dell’immigrazione per accertamenti. Si tratta del settimo sgombero in una sequenza che parte da via Cupa, vicino al cimitero Verano, e che passa attraverso il piazzale davanti alla basilica di San Lorenzo fuori le mura, fino ad arrivare ai parcheggi dietro la stazione Tiburtina. I migranti, che inizialmente avevano trovato un posto in cui stare proprio in via Cupa, davanti all'ex centro Baobab, chiuso per motivi di sicurezza nel dicembre del 2015, ora si trovano di nuovo senza un punto di riferimento. Secondo la questura era necessario sgomberare la “tendopoli abusiva” per “riportare la legalità”.

Tuttavia, il problema non può essere ricondotto soltanto alla natura illegale di questi accampamenti, quando all’assenza di centri legali e formalmente gestiti. Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medici per i diritti umani, racconta che «questa estate, quando la nuova giunta di Roma si era insediata, aveva annunciato la volontà di creare un campo di prima accoglienza, una tensostruttura per dare una risposta sull’urgenza dei flussi in arrivo e aveva individuato un parcheggio vicino alla stazione Tiburtina, un’area non utilizzata e priva di abitazioni e di esercizi commerciali, un posto nel quale non ci poteva essere alcun ostacolo al decoro e all’ordine pubblico».

Tuttavia, la struttura non è mai stata costruita, bloccata ad agosto a causa di per problemi organizzativi e logistici interni al Comune.

All'inizio di novembre l’assessora alle Politiche sociali del Comune di Roma, Laura Baldassarre, aveva rilanciato il tema della struttura comunale annunciando che «entro una settimana» sarebbero stati compiuti «gli ultimi sopralluoghi nelle aree per la realizzazione di un hub e di una struttura che accolga i migranti che transitano a Roma». Con il passare dei giorni, e ancora in assenza di azioni da parte del Comune, Medici per i diritti umani ha provato a dare una risposta temporanea. «Insieme agli attivisti di Baobab Experience – spiega Barbieri – , abbiamo allestito un piccolo presidio umanitario e sanitario nello stesso luogo che avrebbe dovuto ospitare la tensostruttura per cercare di dare una risposta che non era arrivata dalle istituzioni, un presidio umanitario e sanitario temporaneo in attesa dell’hub annunciato dall’assessora Baldassarre per l’accoglienza dei migranti in transito qui a Roma che è evidentemente ancora al di là dal venire».

Il 2016, inoltre, è un anno diverso rispetto ai precedenti: dopo l’estate, tradizionalmente, il flusso di migranti si interrompeva, ma questi mesi stanno raccontando una storia diversa, di persone che continuano a transitare per Roma e di una presenza di minori non accompagnati in crescita costante. «Per noi – racconta ancora Barbieri – quello che sta succedendo a Roma è indecente e irrazionale, e un paziente su tre tra quelli che hanno visitato la nostra clinica mobile è un minore. Queste persone non trovano alcun tipo d’accoglienza, vivono per strada, nei cavalcavia, nei sottopassaggi accanto alla stazione Tiburtina, in condizioni di grave pericolo per la loro sicurezza e la loro salute».

Quali motivazioni vi hanno dato per sgomberare il centro?

«Non conosciamo i motivi: questa sera avremo un incontro in Campidoglio con l’assessora Baldassarre e ci aspettiamo delle risposte, perché una situazione come questa non offende soltanto la dignità dei migranti che arrivano e che sono molto vulnerabili, in quanto sono in fuga da guerre e hanno subito gravissime violenze durante il loro viaggio, ma anche quella di tutti i romani. Non dimentichiamo che a Milano c’è un hub che funziona, ci sono dei centri che danno accoglienza ai migranti in transito, anche a Parigi sono state aperte delle strutture, in tutte le grandi città europee le amministrazioni comunali hanno risposto con strategie di accoglienza, mentre a Roma non si vede niente di tutto questo».

Questi sgomberi e questi atteggiamenti fanno parte di una narrazione secondo cui i migranti, in transito o no, portano una minaccia per la sicurezza, ma in realtà l’unica sicurezza in pericolo è quella dei migranti stessi.

«Assolutamente. Sono persone estremamente vulnerabili, che hanno alle spalle un viaggio terribile, fatto di mesi di detenzione e di violenze in Libia, e c’è obiettivamente un rischio per la loro sicurezza e salute. Inoltre molto spesso sono ragazzini di 15-16 anni, e pensare che possano dormire per strada in queste condizioni è difficile da accettare. Quello che è successo sabato ha veramente dell’incredibile se letto attraverso questa prospettiva: alle 5 di mattina è arrivata la polizia sotto la pioggia battente per sgomberare un presidio umanitario e sanitario con delle tende, con un minimo di assistenza, per portare queste persone in questura per l’identificazione e poi lasciate per la strada. Tra l’altro, non dimentichiamo che queste persone erano già state abbondantemente identificate allo sbarco.

Addirittura la nostra clinica mobile è stata perquisita dalla polizia, c’è anche un filmato che lo testimonia, e tutto questo per non arrivare a nessun risultato. Le persone continuano ad arrivare a Roma perché ovviamente se si è affrontato un viaggio così difficile non si teme uno sgombero della polizia e non si ha paura di dormire per strada in queste condizioni, ma rimane inaccettabile».

Lasciando le persone per la strada non si rischia tra l’altro di “perderle” e quindi non poter nemmeno esercitare quel controllo che lo Stato ritiene di dover svolgere?

«Certo. Anche dal punto di vista pragmatico di controllo e di ordine pubblico è meglio avere un centro gestito da organizzazioni umanitarie in cui c’è assistenza sanitaria, formazione legale e orientamento rispetto a lasciare le persone sparpagliate in città in queste condizioni. Il fatto è che non si tratta solo di una questione di violazione di diritti fondamentali della persona, di mancanza di umanità, ma anche di una mancanza di buonsenso. Il timore è che l’assenza di una progettazione si appoggi solo ed esclusivamente sulla forza, sul mantenimento dell’ordine pubblico, perché non si hanno strategie e si vuol far vedere che qualcosa si sta facendo».

Immagine: via Medu - Facebook

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