La Federazione delle chiese protestanti svizzere ha pubblicato una piccola guida di aiuto relativa alla questione dell'asilo ecclesiastico, tema che interroga a fondo le comunità di fede in questo tempo di grandi migrazioni.

Più che consigli pratici si tratta di una serie di spunti di riflessione.

Dall'inizio dell'anno si sono verificate varie situazioni di ospitalità di stranieri in edifici di culto, in Svizzera ma non solo. Un tema quello dell'asilo ecclesiastico che interroga a fondo le nostre società.

A Losanna il cosiddetto Collectif R, composto da migranti e loro sostenitori, hanno trascorso quasi un anno occupando i locali della chiesa riformata di Saint Laurent, prima di venire allontanati e quindi accolti dalla parrocchia cattolica di Mont-Gré. Nel cantone di Zurigo una famiglia cecena è stata ospitata dalla comunità riformata di Kilchberg prima di venire reinviata nel proprio paese. E ancora nel mese di marzo a Basilea la polizia ha arrestato otto rifugiati che avevano trovato riparo nella chiesa Matthaus. Esempi fra i tanti, lasciati al buon cuore o alle possibilità delle singole comunità.

«Abbiamo ricevuto molte richieste su tali argomenti, dall'asilo ecclesiastico alle occupazioni di luoghi di culto e edifici similari, sia su sollecitazione dei mezzi di comunicazione che di individui e collaboratori delle nostre chiese» racconta Marina Kaempf, responsabile della comunicazione della Feps, la Federazione delle chiese protestanti svizzere. «Da qui la decisione di pubblicare un testo ad hoc, un documento che ci aiuti a riflettere sul tema, con 15 proposte che sono uno stimolo a pensare al problema e al dramma di queste persone, piuttosto che definire una chiara linea di azione».

Qualche paletto però viene fissato per evitare di fare di tutta l'erba un fascio e per evitare di trascurare magari chi si trova in impellente necessità di soccorso a favore di chi ha una situazione alle spalle meno tragica. I membri del nucleo richiedente devono essere dunque in oggettiva condizione di difficoltà, la loro richiesta e la loro accoglienza deve avvenire alla luce del sole, con libero accesso offerto al pubblico e alle autorità per verificare il corretto funzionamento dell'ospitalità. Tutto ciò con l'ovvio, ma a volte non tale, consenso della parrocchia interessata. Si ricorda poi nel testo che seppur l'asilo ecclesiastico è pratica antica e consolidata, nei tempi moderni questa si deve adattare alle vigenti norme in tema di diritto umanitario e diritto internazionale pubblico, e non porsi in contraddizione con essi.

Si ricorda inoltre che il rifugio in un luogo di culto dovrebbe essere l'estrema ratio, l'ultimo passaggio una volta verificato che lo Stato in quel momento non è in grado di fornire risposte e supporti adeguati alle problematiche dei richiedenti, per cui si tratta di un'ultima istanza e non della regola valida sempre e comunque.

Viene rimarcato come le chiese dovrebbero rimanere fuori da dibattiti partigiani, capaci di critica ma anche di rapporto di leale collaborazione con lo Stato, con sempre ben a mente che il fine ultimo è quello di una coesistenza pacifica fra gli esseri umani, richiedenti asilo e cittadini delle varie città coinvolte compresi.

Le drammatiche cronache di questi mesi hanno quindi portato di nuovo alla ribalta una prassi che nell'immaginario collettivo apparteneva ad un passato fatto di briganti e signorotti, o di guerre e rappresaglie, in cui il luogo di culto era santuario impenetrabile in quanto appunto Asilo Dei, rifugio di Dio, al di sopra di ogni legge e regola. Sono migliaia e migliaia le parrocchie europee che stanno offrendo rifugio e soccorso a decine di migliaia di persone. Un limbo, un problema o una risorsa, sta alla mediazione fra tutti gli attori in campo un esito che tengo conto in primis del dramma dei richiedenti.

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