La lunga marcia verso la scelta dei candidati alla presidenza negli Stati Uniti

A che cosa (e a chi) serve il sistema delle primarie?

La campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti è di fatto cominciata già nella primavera del 2015, ma le votazioni tenute in Iowa il 2 febbraio rappresentano la prima occasione per alcuni cittadini d’esprimere le loro preferenze per i candidati alla presidenza nei Partiti democratico e repubblicano. Il calendario ci dice che Election Day, l’8 novembre è ancora distante ma una lunga seria di primarie nei vari stati servirebbe sia a snellire la rosa dei candidati repubblicani (all’inizio 17, adesso intorno a 8) in corsa per la nomination sia a decidere se sarà Hillary Clinton o il senatore del Vermont, Bernie Sanders il candidato dei democratici.

Per gli elettori democratici, lo spettacolo dei candidati repubblicani che si stano insultando ferocemente a vicenda da vari mesi è stato divertente e incoraggiante, ma oggi sono costretti a esaminare con più cura i loro candidati. La sconfitta in Iowa del miliardario «eccessivo» Donald Trump non poteva non dare una certa soddisfazione a molti, ma le posizioni del vincitore, il senatore Ted Cruz, mettono i brividi. Egli ha indicato, per esempio, che la sua soluzione per i conflitti nel Medio Oriente, una volta eletto presidente, sarà di bombardare a tappeto tutte le zone controllate dalle truppe di Isis. Sarebbe difficile sostenere che ciò rappresenti una politica estera sfumata e articolata. Fonti mediatiche ci informano, però, che il senatore texano Cruz non gode del sostegno dell’establishment repubblicano, il quale può cercare di ostacolare la sua corsa.

Un candidato più temuto dai Democratici è il giovane senatore dalla Florida, Marco Rubio, arrivato in terza posizione (Cruz 27,7%, Trump 24,3%, Rubio 23,1%). Mentre le posizioni sociali e politiche di Rubio sono fortemente conservatrici (questa settimana ha promesso di abrogare le riforme di Obama sul controllo delle armi e in precedenza si è dichiarato contrario alla possibilità per una donna di abortire, anche se essa è stata vittima di stupro, ecc.) a paragone con i sentimenti estremi e qualche volta isterici espressi dai suoi rivali, la sua candidatura viene presentata in alcuni giornali come potenzialmente accattivante per elettori non iscritti a un partito e ai Repubblicani «moderati». Rubio ha guadagnato credibilità presso alcuni big del partito Repubblicano con il suo risultato in Iowa, ma la marcia verso la nomina è ancora molto lunga.

Per i Democratici, invece, i risultati in Iowa hanno portato delle sorprese. Hillary Clinton, il cui curriculum testimonia la lunga esperienza in politica, la candidata sostenuta dai vertici del Partito democratico, ha superato Bernie Sanders con una margine talmente minuscolo che si potrebbe parlare di un risultato in pareggio (49.9%- 49.6%). Il terzo candidato Martin O’Malley, mai particolarmente convincente come possibile scelta per i Democratici, ha ritirato la propria candidatura non appena pubblicati i risultati nell’Iowa. La prossima gara fra Clinton e Sanders saranno le elezioni primarie nello stato del New Hampshire l’8 febbraio, dove le previsioni indicano un largo vantaggio per Sanders, senatore dello stato accanto. Più rilevante del fattore geografico è quello demografico, però. Gli exit poll in Iowa mostrano che fra i democratici più giovani Sanders gode di un vantaggio molto forte. In questi giorni i consiglieri e gli esperti della campagna di Hillary saranno impegnati nel convincere la candidata a spostare più verso sinistra alcune delle sue politiche per ottenere la fiducia e il consenso degli elettori più giovani e progressisti.

Molti osservatori europei fanno fatica rispondere alla domanda: a che serve il sistema statunitense di primarie e di caucus? La risposta immediata, seppure un po’ riduttiva, sarebbe: servano per determinare il numero dei delegati ciascun Stato può mandare per i vari candidati alle due Convention nazionali che si terranno in estate (quella repubblicana a Cleveland, 18-21 luglio, e quella democratica a Filadelfia, 25-28 luglio).

Una domanda più interessante potrebbe essere: il sistema attuale per arrivare alla selezione di un candidato o una candidata di ciascun partito alla presidenza tende più a garantire o ostacolare un processo elettorale veramente democratico? Una risposta articolata e ponderata richiederebbe tante pagine di riflessione, ma chi scrive crede che il sistema attuale abbia dei difetti notevoli, soprattutto difetti che portano a incrementare ancora un vantaggio sproporzionato ai candidati che abbiano dei sostenitori potenti e facoltosi. È proprio la durata esagerata del processo per scegliere i candidati a discriminare i candidati con mezzi economici inadeguati per affrontare i costi della pubblicità in televisione o dell’organizzazione degli attivisti al livello locale in ogni angolo del vasto territorio degli Stati Uniti. Questo problema non è nuovo, ma una sentenza del 2010 della Corte Suprema, che in pratica elimina ogni limite alle contribuzioni politiche dai singoli o dalle aziende, ha intensificato ancora di più il ruolo decisivo del denaro in quello che dovrebbe essere una chiara espressione della volontà del popolo americano.

Il 3 febbraio, subito dopo i caucus in Iowa, sulla questione del sempre crescente potere dei soldi nella politica americana è intervenuto l’ex presidente Jimmy Carter in un’intervista alla Bbc, che aveva notato in precedenza che l’attuale sistema potrebbe essere definito sistema delle «tangenti lecite». Si spera che prima o poi sia possibile creare un movimento grande e forte per insistere sull’approvazione di una legge per regolamentare in un modo più equo il finanziamento delle campagne elettorali.

Foto CC BY-SA 2.0, $2

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