Immigrazione, il paradosso italiano sotto la lente europea

La Commissione europea ha inviato a Grecia, Croazia, Italia, Malta e Ungheria le lettere di costituzione in mora. Le accuse riguardano il mancato recepimento e attuazione del sistema europeo comune di asilo, e in particolare per il nostro paese di non aver registrato correttamente le impronte digitali delle persone

La Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia e di altri quattro paesi in materia di asilo, nello specifico a proposito del regolamento Eurodac per la raccolta di impronte dei migranti, che il nostro paese non ha applicato correttamente. «Dopo due mesi non si è risposto in modo efficace alle preoccupazioni» spiega la Commissione in una nota. Nei primi sette mesi del 2015, infatti, l’Italia avrebbe omesso di registrare oltre 60.000 persone sbarcate sulle coste italiane. La professoressa Chiara Favilli, docente di Diritto dell’unione europea presso l’università di Firenze, spiega che si tratta di una procedura tecnica, ma che va letta nei suoi vari significati.

Come funziona il regolamento Eurodac?

«È una norma direttamente applicabile che obbliga tutti gli Stati membri a rilevare le impronte digitali dei richiedenti asilo, ma anche di tutti coloro che arrivano alla frontiera irregolarmente. Questo, nelle intenzioni del sistema europeo, consente di identificare le persone che arrivano e associare un nome e un volto a un’impronta digitale, in modo da avere una certezza sull’identità delle persone».

Questo modello si collega al regolamento di Dublino?

«Sì, è uno degli elementi portanti. È possibile che le persone che sbarcano in Italia si muovano all’interno dell’area di libera circolazione dell’Unione europea, sottraendosi proprio alle regole di Dublino, a quell’insieme di norme che prevedono invece criteri precisi per l’individuazione dello stato competente ad esaminare l’eventuale domanda di asilo. L’identificazione è quindi il presupposto necessario per l’applicazione del regolamento di Dublino. Se l’Italia è lo stato di primo arrivo nell’area di libera circolazione, allora deve essere anche quello che esamina le domande di asilo».

La procedura d’infrazione, che ha natura tecnica, è obbligatoria in casi come questo?

«La procedura d’infrazione è una procedura tecnica, nel senso che è l’unico strumento che è previsto nei trattati per persuadere uno stato ad applicare effettivamente un obbligo derivante dall’unione europea, però ha dei forti elementi di discrezionalità, nel senso che la Commissione europea non ha l’obbligo di agire in relazione a tutte le violazioni che gli stati commettono. In realtà dovrebbe farlo, ma non ne ha i mezzi, perché sono tante le violazioni che gli stati commettono nel diritto dell’Unione, e quindi la Commissione agisce con approssimazioni successive valutando caso per caso. Nella fattispecie, c’era già stata una fase di interlocuzione informale tra la commissione e il governo italiano, come sempre, per cui si era fatto il tentativo di evitare l’avvio della procedura, perché l’Unione europea non ha interesse ad avviare una procedura, ha piuttosto interesse che le norme siano attuate».

L’Italia non si distingue per la qualità dell’accoglienza dei migranti. All’orizzonte ci sono altre procedure, legate ai diritti?

«Potrebbero senz’altro esserci, perché il sistema di accoglienza, nonostante il governo italiano stia facendo molto e abbia fatto molto per migliorarlo è ancora molto carente. Ci sono regioni, per esempio, nelle quali le persone non hanno un posto nel sistema di accoglienza, quindi sicuramente esistono ancora notevoli carenze comuni a molti altri paesi.

Credo però che la posizione che il ministro Alfano ha espresso sia comprensibile, tuttavia credo anche che la Commissione europea abbia tenuto conto degli sforzi del nostro paese. Se avesse dovuto avviare procedure d’infrazione su tutti gli aspetti sui quali l’Italia è carente in relazione agli obblighi derivanti dall’Unione europea in materia di immigrazione e asilo, allora sarebbero state molte di più le procedure avviate. Questo significa che si tiene conto degli sforzi che l’Italia ha fatto in questi ultimi due anni e anche dell’oggettiva situazione emergenziale che si è venuta a creare con l’aumentare dei flussi di migranti e richiedenti asilo che sono arrivati dall’inizio del 2014».

Che cosa succede adesso, al di là della procedura? Cosa deve fare l’Italia per ritornare in linea con il regolamento Eurodac?

«Nel regolamento c’è scritto che l’Italia deve rilevare le impronte digitali, ma non c’è scritto come lo debba fare, per cui il governo deve valutare quali sono le esigenze attuali, che vedono arrivi intorno alle 150.000 unità l’anno e di conseguenza fare in modo che l’Italia sia attrezzata per avere un sistema di accoglienza allo sbarco per coloro che arrivano via mare idoneo per far sì che tutti siano in quel momento accolti, siano loro rilevate le impronte digitali, e siano poi individuate le persone che richiedono asilo e quelle che invece non lo sono. Questa è la parte più debole del sistema italiano, rispetto all’Unione europea ma anche rispetto agli altri obblighi internazionali, perché non c’è una normativa completa per regolare l’intera procedura d’ingresso. Servono sì regole funzionali alla rilevazione delle impronte digitali, ma anche a far sì che la persona abbia un effettivo accesso al sistema di asilo, perché quello che avviene oggi è che non è chiaro come avvenga la prima accoglienza e non è chiaro appunto se tutte le persone che arrivano siano informate adeguatamente dell’accesso al loro diritto di poter chiedere asilo e correlativamente che a tutte le persone vengano rilevate le impronte digitali».

Era così anche prima dell’aumento dei flussi di questi ultimi due anni?

«In parte. Fino a qualche anno fa arrivava un numero inferiore di persone, sebbene comunque siano sempre arrivati migranti irregolari e sempre si sarebbe dovuto rilevare le impronte digitali; oggi quello che crea una difficoltà enorme è che sono tante le persone che arrivano anche in una sola giornata, e diventa complicata se non ci sono strutture adeguate, se non c’è personale adeguato che è lì per effettuare tutte le operazioni necessarie.

Il fatto è che l’Italia non ha un forte interesse a procedere all’identificazione, perché ovviamente questo significa fissare l’Italia come stato competente nell’esame delle domande, ma anche eventualmente per l’allontanamento di queste persone, che forse è ancora più complicato rispetto all’accoglienza. Inoltre l’Italia attende che il meccanismo della ricollocazione, che è quello che è stato concordato a settembre e che prevede la ridistribuzione dei richiedenti asilo verso altri stati dell’Unione europea, decolli effettivamente, perché altrimenti da un lato sono aumentati gli obblighi di identificazione, ma allo stesso tempo non vede invece funzionare quel sistema che dovrebbe alleggerire il numero delle persone arrivate».

In termini politici, qual è la conseguenza?

«È un paradosso: l’Italia si trova in una fase di enorme carico di accoglienza, e ha richiesto all’Unione europea di alleggerire questo onere, però al netto il numero delle persone che rimangono in Italia e dovrebbero essere accolte rischia di essere molto superiore rispetto a quello dell’anno scorso, prima cioè che l’Unione europea adottasse misure a favore dell’Italia. È un aspetto evidentemente politico e rende po’ surreale in tutta questa vicenda».

Foto via Pixabay

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