Media e gender. Un sistema mediatico che frena lo sviluppo globale

Solo il 24% delle notizie veicolate nel mondo sono rappresentative delle donne e del loro impegno nella società

L’uguaglianza di genere nei media e gli «Obiettivi di sviluppo sostenibile» post-2015 delle Nazioni Unite sono strettamente correlati. Ne è convinta la pastora luterana Karin Achtelstetter, segretaria generale dell’Associazione mondiale per la comunicazione cristiana (World Association of Christian Communication-Wacc) con sede a Toronto in Canada, intervenuta in occasione del recente «Meeting internazionale della cooperazione allo sviluppo su genere e media» promosso a Ginevra dall’Unesco. Svoltosi il 7 e l’8 dicembre presso il Palazzo delle Nazioni della città elvetica con lo scopo di creare un framework per la promozione attraverso i media dell’uguaglianza di genere a livello globale, l’incontro ha di fatto dato il «la» ai lavori della prima Assemblea generale della Global Alliance on Media and Gender (Gamag) che ieri e oggi vede riuniti a Ginevra rappresentanti di più di 800 organizzazioni attive nel campo della cooperazione allo sviluppo.

Secondo l’ultima rilevazione del Global Monitoring Media Project (Gmmp) - la più longeva ed ampia ricerca su scala mondiale sulla presenza delle donne nei mezzi d’informazione, promossa e coordinata dalla Wacc - la proporzione con cui rispettivamente le donne e gli uomini vengono letti su un giornale, viste in televisione o ascoltate alla radio è di 24% contro 76%. Un dato ancor più sconcertante, se si pensa che negli ultimi 5 anni la proporzione non si è spostata di una virgola. La stessa percentuale si ripresenta anche all’interno delle redazioni: a creare, realizzare e raccontare notizie in TV, alla radio o sui cartacei sono per un quarto donne. E sui siti di informazione online solo il 26% delle persone presenti - attraverso interviste, reportage, inchieste, notizie e tweet - sono donne.

La conseguenza inevitabile di questo stato delle cose è evidente: la rappresentazione delle donne nel mondo dell’informazione non rispecchia il contributo che esse danno alla società. Un serpente che si morde la coda e che impedisce l’emancipazione femminile e la conseguente plusvalenza in termini di sviluppo globale.

Per la pastora Achtelstetter gli sforzi a livello internazionale della cooperazione allo sviluppo sono stati insufficienti esattamente su questo punto: «Le politiche di sviluppo hanno sottovalutato il ruolo che hanno i media nelle lotte a favore dell’uguaglianza di genere negli ambiti della politica, dell’economia e socio-culturali». Le responsabilità che ha il sistema mediatico nel diffondere, giustificare e normalizzare le ineguaglianze e discriminazioni tra bambini e bambine, ragazzi e ragazze, donne e uomini, sono ingenti. Un sistema mediatico che di fatto fa da freno allo sviluppo per tutti e tutte. Ora, con i nuovi 17 obiettivi post-2015 è giunto il momento di osare di più, afferma Achtelstetter, che vede nei punti 5 e 16 la chiave di volta: «realizzare l’uguaglianza di genere attraverso l’eradicazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne migliorando le condizioni di vita delle donne e delle ragazze», ma anche «promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia, realizzare istituzioni effettive, responsabili e inclusive a tutti i livelli».

«Ne va non solo dello sviluppo a livello planetario, ma anche della libertà di espressione», conclude la pastora Karin Achtelstetter.

Nella foto Karin Achtelstetter

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