Le scuole francesi devono insegnare a non avere paura

A due settimane dagli attentati di Parigi la sfida per le scuole francesi è quella di evitare che si creino nuovi muri tra gli studenti

Questa mattina a Parigi si è svolta la cerimonia ufficiale di omaggio alle vittime degli attentati del 13 novembre, che ha visto tra i suoi momenti più toccanti la lettura dei nomi di tutte le vittime, definite dal presidente francese «centotrenta destini falciati, centotrenta risate che non si sentiranno più, centotrenta voci che non moriranno mai». È stata una cerimonia che ha riportato lo sguardo internazionale sulla società francese e sulle ferite profonde che gli attentati hanno lasciato e stanno ancora lasciando.

Una delle sfide più importanti, decisiva quanto quella che si combatte in Siria e che sta per assumere una nuova dimensione militare internazionale, è probabilmente quella che riguarda le scuole e gli insegnanti di tutta la Francia, chiamati a dare agli studenti risposte comprensibili a fatti che ancora oggi, a due settimane di distanza, non si possono raccontare in modo semplice senza pericolose semplificazioni. «Dopo il minuto di silenzio indetto dal ministero dell’educazione – racconta Marco Genre, originario del pinerolese e insegnante di lingua e letteratura italiana alla Citè Scolaire Internationale di Grenoble – sono partito dal racconto dei fatti, perché la questione era ineludibile».

È una sfida complicata, ma soprattutto delicata, perché si rivolge a una generazione che dovrà diventare la classe dirigente del prossimo futuro e che si ritrova in queste settimane di fronte a una lunga serie di “perché” ai quali non è semplice fornire risposte. «La mia paura – prosegue Genre – è che avvenimenti come questi rischino di farci ripiegare sulla nostra identità, invece è importantissimo che i ragazzi stiano insieme, rafforzino un senso di comunità condiviso». Tuttavia, non è possibile costruire questa condivisione senza prima prendere coscienza dei problemi che nella società francese, ma non soltanto, si traducono in una separazione molto rigida tra le differenti comunità. «Nonostante il lavoro di prevenzione – racconta Marco Genre –, nei fatti lo sguardo sui musulmani è cambiato. È spiacevole, ma era anche prevedibile».

Proprio sulle scuole si era concentrato già a gennaio un intervento profondo da parte del governo francese, e quanto deciso dieci mesi fa non potrà che essere confermato. Dopo gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, infatti, il ministero dell’istruzione aveva, tra le altre cose, reso obbligatorio l’insegnamento dell’educazione civica, cercando di promuovere attraverso questa materia i valori della laicità, dell’inclusione e della tolleranza. Questi valori, secondo Genre, «non devono essere visti come antireligiosi, ma anzi servono a facilitare la convivenza tra tutte le etnie, tra tutte le religioni».

L’idea della laicità “alla francese” al di qua delle Alpi, e ancor più in àmbito valdese, è sempre stata vista come un modello, come un approccio da importare in Italia e da applicare anche al nostro mondo della scuola e della comunicazione, almeno fin dalla legge del 1905 sul rapporto dello Stato con le religioni. «Eppure – prosegue Genre – questa legge ha introdotto una separazione molto netta, e negli ultimi anni alcune imposizioni sembrano dettate più dalla paura nei confronti di quella che viene presentata come un’invasione che non dallo spirito originario dello Stato laico. Non vorrei che i due atteggiamenti fossero speculari, cioè che una laicità intesa in senso troppo aggressivo possa alimentare una religione di tipo integralista, di tipo conservatore». Proprio per questo la scuola, un luogo cioè nel quale i giovani cittadini francesi di ogni estrazione e comunità si ritrovano a condividere uno spazio fisico, emotivo e intellettuale, ha non solo il dovere, ma anche la concreta possibilità di pensare a un approccio differente: se si percepisce lo Stato come un ente che impedisce ai cittadini di vivere liberamente la propria cultura, saranno le barriere a prendere il posto delle parole, e lo stato di guerra, proclamato pochi giorni dopo la strage di Parigi dal presidente Hollande, diventerà una condizione permanente, nelle strade e nelle menti di cittadini sempre più spaventati.

Foto: "Classe primaire". Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

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