Distruggere non basta

Lo sgombero di Ponte Mammolo ha abbattuto le baracche ma non ha risolto i problemi. Intervista a Prime Italia, che stava lavorando nel campo anche grazie a fondi dell'Otto per mille valdese

Torniamo sullo sgombero del campo di Ponte Mammolo, nella periferia di Roma. Associazioni e operatori hanno ribadito che il campo era da smantellare, ma non con queste modalità, frettolose e mal comunicate ai residenti. I progetti per far uscire gradualmente e in modo stabile le persone erano già presenti e non sono finiti completamente sotto le macerie. Anche Franca di Lecce, del Servizio Rifugiati e Migranti della Fcei ha sottolineato l'importanza di sostenere «percorsi di fuoriuscita dalla baraccopoli insieme alle persone che lì ci abitano». Prime Italia, una delle associazioni che lavorava in quel campo, si occupa principalmente degli stanziali, i richiedenti asilo o rifugiati che vivevano da più tempo in via delle Messi d’Oro. Alcuni progetti per l’inserimento lavorativo sono finanziati dall’Otto per mille valdese e hanno permesso alle persone di iniziare percorsi in aziende affermate. Il lavoro è solo un primo passo per poter progettare, e ancor prima immaginare, una soluzione abitativa diversa. Che sarà di questi progetti dopo le ruspe? Fabiola Zanetti, di Prime Italia ne ha parlato con noi.

Qual è lo scenario dopo l’emergenza?

«La situazione di emergenza resta. Una volta che le case sono state abbattute la maggior parte delle persone si è spaventata ed è fuggita. Altre, circa 150, hanno dormito all’addiaccio nel parcheggio di Ponte Mammolo: dormono a terra, alcune senza coperte, ed è tutto gestito in modo volontario. Ci si organizza con coperte e abiti usati, con pasti di fortuna, panini e pasta. Le case sono distrutte, ma queste persone non sono scomparse. Il luogo è transennato, ci sono rovine dappertutto, non c’è stata ancora un'operazione di pulizia o bonifica, ed è impossibile cercare di entrare per recuperare un documento, una carta di identità o un passaporto. Nella mattinata di lunedì, c’erano due minori non accompagnati con le valige, appena arrivati, che la sera stessa dovevano ripartire per Genova: erano già spaesati e si sono trovati davanti questo scenario. Parliamo di esseri umani, scappati da guerre, persecuzioni, hanno fatto richiesta di protezione nel nostro paese e poi hanno vissuto questo trauma nel trauma. Dello sgombero se ne parlava da tempo, c’erano diversi tavoli, con l’Assessorato, con le altre organizzazioni che operavano in modo diverso, cercando di andare in una direzione congiunta e allargata, ma lo smantellamento ha interrotto tutto».

Avevate dei progetti con le persone del campo: di cosa si trattava?

«Noi operiamo lì da quasi tre anni, e ci occupiamo dell’inserimento sociale e lavorativo dei rifugiati e titolari di protezione. Con loro stavamo facendo un percorso, con corsi di formazione e poi con l’inserimento diretto in azienda: qualcosa si stava muovendo grazie al finanziamento della Tavola Valdese; si stava andando nella direzione di un supporto per gli alloggi. L’inserimento nel mondo del lavoro riguardava proprio il progetto dell’Otto per mille Valdese, attraverso delle borse erano finanziati dei tirocini in grandi aziende: eravamo riusciti a farci conoscere e a presentare alle imprese delle persone valide e capaci. Tutti percorsi che avevano un futuro. La preoccupazione adesso è come fare a non perdere quello che eravamo riusciti a realizzare in modo positivo. Sono percorsi di integrazione più difficili, ma sono possibili. Luoghi come quello non dovrebbero esistere, la difficoltà con le persone nasce anche dal fatto che alcune vivevano lì da dieci anni. Per loro era una casa, per quanto discutibile. Ora dovremo andare a trovarli uno per uno: in quel luogo era facile rintracciarli tutti insieme, con una cena insieme o riunendosi. Ora, con una dispersione sul territorio, sarà molto più difficile farlo».

Avete un’idea del perché c’è stato questo sgombero, fatto in questo modo?

«Non lo so dire. Non so se a livello nazionale stiano arrivando ordini ai vari prefetti: la questione dei transitanti si sta discutendo da diverso tempo. A livello giuridico ci sono molti problemi a riguardo però, lo scorso anno, il comune di Milano per l’emergenza Siria aveva permesso l’apertura di centri per transitanti senza identificazione. Personalmente penso che i flussi non si fermeranno, questo è solo l’inizio di quello che accadrà probabilmente fino a novembre. Mi auguro che ci si renda conto che per risolvere situazioni di questo genere le modalità usate a Ponte Mammolo non servono. Dal Comune hanno ripetuto più volte che hanno operato per il rispetto della dignità di chi viveva in quel campo, poiché c’erano problemi dal punto di vista sanitario e della sicurezza: è chiaro che quel luogo non dovrebbe esistere, ma i problemi sociali ci sono, e non si smantellano così in fretta. Dopo lo sgombero quelle persone non hanno in nessun modo riacquistato la dignità».

Il video di Prime Italia