Critica della bufala

Perché abbiamo bisogno della cospirazione

Nell’Agro pontino e nel casertano sono allevati degli animali meravigliosi, belli, sontuosi e dall’aspetto pacifico e tranquillizzante: le bufale da mozzarella. A queste inconsapevoli e placide bestie viene associato uno degli effetti collaterali più deleteri della rivoluzione social: la disinformazione virale, appunto, la “bufala”.

Intendiamoci, la bufala è sempre esistita, probabilmente da quando esiste l’essere umano. Quel che il serpente dice a Eva nel giardino potrebbe essere, infatti, interpretato come la prima bufala.

Una caratteristica della bufala è il suo apparire innocua e distante. Ad esempio, se Armstrong sia o meno sbarcato sulla luna, che ci importa? E allora, con leggerezza, con supposta innocenza, si clicca sul “condividi”. Quali danni potrà mai avere quel mio click?

Alla base della condivisione della bufala c’è il complottismo, fenomeno affascinante da un punto di vista letterario: Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, capolavori di Umberto Eco, e i pessimi ma popolari romanzi di Dan Brown sono costruiti intorno a teorie del complotto, per non parlare dei film Matrix e The Manchurian Candidate.

La bufala ha successo perché la maggior parte di noi subisce gli eventi. Fidarsi di una bufala è la reazione della persona comune alla propria impotenza.

Quando, ad esempio, il 17 luglio scorso un Boeing 777 della Malaysia Airlines è stato abbattuto nello spazio aereo ucraino, uccidendo 298 persone, gli investigatori si sono posti la domanda legittima: perché quell’aereo è stato abbattuto? In poche ore era pronta la teoria del complotto che spiegava tutto: il vero obiettivo erano gli scienziati che l’aereo stava portando a Melbourne per una conferenza internazionale sull’Aids. Non la guerra russo-ucraina, ma un complotto da parte di chi controlla l’ordine mondiale per continuare a usare l’Aids come mezzo di sterminio degli umani in esubero, soprattutto in Africa.

Letterariamente geniale, ma psicologicamente patologico.

Non solo il “complottaro” rifiuta ogni spiegazione semplice per l’abbattimento dell’aereo — una complessa guerra a terra potrebbe essere una —, ma ha bisogno di credere in una grande cospirazione da parte di un fantomatico governo mondiale. Alla base della bufala c’è la necessità di un rassicurante ordine nel caos.

Le bufale saranno rassicuranti, ma non sono innocue; possono uccidere una bambina che muore di morbillo (bufala: i vaccini provocano l’autismo) o un malato di tumore che si cura col succo di frutta (bufala: le multinazionali del farmaco ti vogliono uccidere).

La bufala più pericolosa è stata ed è ancora quella dei Protocolli dei Savi di Sion, celebre documento creato dai servizi segreti zaristi all’inizio del Novecento, che riporta gli atti di un fantomatico incontro dei leader ebrei finalizzato al controllo del mondo. Il complotto c’è, ma è di chi ha creato la bufala. Il documento è tuttora spacciato per buono nei paesi arabi e in Iran in funzione anti-israeliana, oltre che in Occidente da parte dei movimenti neo-nazisti. Anche se non si è letto il documento, l’idea che gli ebrei siano dietro i momenti cruciali della storia è ben radicata. I Protocolli sono anche l’esempio di come di una bufala si possa perdere il controllo. I falsari russi non potevano infatti immaginare che un secolo dopo su Facebook si sarebbe scritto che gli ebrei presenti nelle Torri Gemelle di New York sarebbero stati avvertiti dell’attentato dell’11 settembre 2001. A nulla vale il fatto che tra i 200 e i 400 ebrei abbiano perso la vita in quella tragedia.

Ovviamente le bufale sono confutabili, ma chi vuole crederci non accetta prove di smentita, che anzi sono ai suoi occhi la dimostrazione dell’esistenza di un governo occulto mondiale. Se infatti, tale governo esiste, come fanno ad esserci delle prove di confutazione? Chiaro (!!): i cospiratori stessi le fabbricano per zittire chi racconta la “verità”.

Non tutti quelli che condividono sui social network le bufale ci credono veramente. Molto spesso si tratta di un “non si sa mai”, “magari è vero”, “non faccio nulla di male a farlo girare”, “lasciamo che siano altri a verificare la notizia”.

Molti credono che la condivisione di una notizia falsa sia un gesto innocente. Non stupisce allora che a molti sembri eccessiva la presenza del comandamento “Non fate falsa testimonianza” tra “Non rubare” e “Non uccidere”. Nel mondo ebraico antico i testimoni erano necessari per una condanna a morte: una bugia poteva determinare la morte di un innocente. Gesù diceva: «Il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno» (Matteo 5,37).

Come difendersi dalle bufale? Non considerare quello che troviamo su internet più veritiero di quello che troviamo nella vita “reale”: verificare le informazioni, tenere a mente le regole basilari della logica — ad esempio, il rapporto tra particolare e generale: un solo malato che migliora non implica che Stamina funzioni —, ricordarsi sempre che l’onere della prova è di chi fa un’affermazione — ad esempio, chi afferma che ci sia un complotto “omosessualista” per inculcare la fantomatica “ideologia gender” nelle scuole, deve provare questa affermazione, in ogni suo punto; non sono le scuole a dover dimostrare la falsità della tesi.

Fatica, direte. Non proprio: prendetelo come un esercizio enigmistico, un divertissement. E se non vi diverte o non avete tempo di verificare, cercate nei ricchissimi siti che si occupano della verifica, l’americano Snopes o l’italiano Paolo Attivissimo.

Foto via Pixabay | Licenza: CC0 Public Domain 

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