Bisogna disarmare le religioni

Nell’ambito dei 100 anni del Movimento internazionale della riconciliazione» (Mir), il filosofo francese Jean-Marie Müller ha tenuto una conferenza a Losanna il 21 gennaio scorso. Questo specialista della nonviolenza ha oggi 75 anni. Nel corso della sua esistenza, ha creato diverse associazioni per la risoluzione dei conflitti e ha pubblicato una trentina di libri su questa tematica. Intervista

Lei ha dedicato la sua vita alla nonviolenza. Qual è la differenza tra la nonviolenza e il pacifismo?

«In francese, il pacifismo ha una connotazione negativa. Fa riferimento a una concezione semplicistica della pace. Il pacifista è una persona che non solo crede che la pace sia possibile ma crede altresì che i conflitti possano risolversi con il dialogo, con la parola e con il negoziato. Questa corrente condanna la guerra senza tenere conto della sua funzione nella risoluzione degli inevitabili conflitti nella società. Da parte sua, anche la nonviolenza è una critica radicale della violenza e della guerra ma, parallelamente, cerca un’alternativa realistica alla violenza per risolvere i conflitti, come hanno fatto Ghandi o Martin Luther King. La nonviolenza cerca di palliare le insufficienze del pacifismo. È un concetto, un’idea e una filosofia ma che cerca di prendere in considerazione le esigenze e le costrizioni della realtà mentre il pacifismo condanna tutte le guerre e chiede un disarmo unilaterale, il che è impossibile. Io non sono pacifista»

Ha viaggiato ai quattro angoli del mondo e ha partecipato a numerosi vertici per la pace. Esiste un metodo perché dei Paesi in conflitto lascino perdere le armi?

«C’è un mezzo efficace, è la mediazione di prossimità tra le popolazioni avverse, chiamato intervento civile di pace. Concretamente, si moltiplica la presenza di persone formate per la risoluzione nonviolenta dei conflitti le quali attuano una mediazione di prossimità in campo. Questo metodo permette di aprire degli spazi di dialoghi e di ridare il diritto alla parola a coloro che si odiano. La mediazione può essere utilizzata sia nelle lezioni a scuola sia nei territori di conflitti internazionali, ma richiede il coinvolgimento della popolazione civile. In Palestina, delle reti di cittadini si organizzano, hanno preso coscienza che la violenza non è la soluzione. Sono minoritari ma è una soluzione per il futuro. Attualmente, ogni situazione di conflitto presenta lo stesso schema: si oscilla tra negoziati che falliscono e la violenza, ma c’è un vuoto tra i due, ci vorrebbe la resistenza nonviolenta»

Quale ruolo svolge la religione nella violenza?

«La maggior parte delle religioni hanno non solo giustificato la violenza ma anche ignorato la nonviolenza. Il dramma è che hanno voluto conciliare l’esigenza dell’amore con una retorica sulla violenza giusta, una teologia della guerra giusta. Nel Corano, ci sono dei versetti che giustificano la violenza. Il profeta stesso è stato violento, facendo assassinare oppositori al suo potere. L’islam non è solo una religione di pace. I responsabili musulmani devono fare una critica delle dottrine religiose sulla violenza e sul giusto delitto. Anche nella Bibbia ci sono diversi versetti che giustificano la violenza o che mostrano Dio stesso come un essere violento. Ma Gesù ha generato una rottura con l’Antico Testamento, purtroppo non ci sarà un nuovo Corano. Gesù ha abrogato la legge del taglione. Le chiese cristiane però, nell’insieme, non hanno fatto questa rottura con questa legge. Hanno accettato l’Antico Testamento come uno scritto canonico. L’inquisizione è stata cattolica prima di essere musulmana. Questo è anche vero per l’ebraismo radicale che influenza il sionismo dello Stato d’Israele. Bisogna disarmare le religioni, non solo in Francia, ma anche Daesh (lo Stato islamico) o Boko Haram. Bisogna disarmare Dio grazie alla nonviolenza»

Come spiega che certe persone commettano atti di una violenza inaudita?

«L’uomo è incline alla violenza e disposto alla nonviolenza. È incline alla violenza per preoccupazione di sé, per soddisfare i propri interessi, i propri bisogni e i propri desideri. Se anche la persona che ha di fronte cerca di soddisfare i propri desideri e i propri bisogni, ci può essere conflitto e violenza. È il dialogo, il compromesso, il negoziato che permetterà una situazione vivibile. Penso che sia la frustrazione di desideri non soddisfatti a incitare spesso alla violenza. La mediazione permette di mettere in parola le nostre frustrazioni, i nostri desideri e la nostra rabbia. Inoltre, la società veicola un elogio della violenza. Gli eroi sono sempre violenti in qualche modo. In Francia molte statue rappresentano un uomo armato su un cavallo. Le nazioni giustificano e onorano la violenza come la virtù dell’uomo forte piuttosto che come la debolezza dell’uomo impotente. Questo è un punto di vista utilizzato anche dalle milizie radicali nei loro tentativi di seduzione: l’adolescente a disagio nella propria pelle troverà nella violenza la possibilità di affermarsi e di esprimersi. Bisogna a ogni costo decredibilizzarla. Parallelamente, c’è la violenza domestica: dei bambini, delle donne e degli uomini picchiati. A un certo momento, la violenza è stata un mezzo di educazione, credo che ci voglia una rottura totale con questa pratica. L’educatore deve farsi rispettare ma la violenza non suscita il rispetto, suscita la paura e la paura genera il disprezzo. C’è tutta una rivoluzione da fare. L’educazione deve mettere in atto i progetti etici di nonviolenza. Ad esempio, in Iraq, molte armi di plastica sono state ritirate dai giocattoli per bambini. I giocattoli nonviolenti sono una preparazione a un atteggiamento nonviolento».

(Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)

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