Una spiritualità della gioia

Un giorno una parola - Commento a Marco 2,19

Si udrà ancora il grido di gioia e il grido d'esultanza, il canto dello sposo e il canto della sposa, la voce di quelli che dicono: «Celebrate il Signore degli eserciti, poiché il Signore è buono, poiché la sua bontà dura per sempre»
(Geremia 33,11)

Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro? Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare»
(Marco 2,19)

Nel brano che precede (Marco 2,15-17) Gesù viene criticato dagli scribi perché mangia con i pubblicani e i peccatori. Al v. 18 ad essere criticati sono i discepoli di Gesù, sempre per questioni di cibo – questa volta perché non se ne privano con digiuni regolari: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano». Presumibilmente non si trattava dell’unico giorno di digiuno generale prescritto dalla legge, quello del Giorno dell’espiazione (Yom Kippur), né di un digiuno legato a particolari tempi di lutto o di calamità, bensì di digiuni volontari, intesi come opera meritoria e ripetuti con frequenza regolare (cfr. la parabola del fariseo e del pubblicano, in cui il primo afferma di digiunare due volte la settimana, Luca 18,12).

Pur non rifiutando in principio la pratica del digiuno (vedi Matteo 6,16-18), Gesù risponde all’obiezione con un’immagine nuziale: gli amici dello sposo non possono digiunare, finché lo sposo è con loro. La metafora ha anche un sapore messianico: influenzata da quei passi dell’Antico Testamento (per es. Osea 2 e Isaia 54) in cui Dio è descritto come lo sposo del suo popolo, l’immagine dello sposo finisce per assumere un significato messianico, come si vede da vari passi del Nuovo Testamento (Giovanni 2,29; II Corinzi 11,2; Apocalisse 19,7 e 21,2). Se Gesù è lo sposo messianico, come possono digiunare i suoi discepoli? Non possono, perché sono nella gioia: parola, questa, che anche se non compare nel testo, è la chiave per comprenderne il significato. 

«È sorprendente la motivazione che Gesù dà della condotta dei suoi discepoli», spiega l’esegeta svizzero Eduard Schweizer: «la grande gioia rende impossibile qualsiasi calcolo di opere religiose particolari... L’uomo che conta così facilmente sulle sue opere [viene] semplicemente travolto dal dono di Dio. L’immagine è pregnante perché in Palestina le nozze sono prese così sul serio che persino i rabbini interrompono il loro insegnamento biblico per partecipare alla gioia degli altri. Quel che è richiesto ai discepoli di Gesù è una condotta che derivi dall’allegrezza per il dono di Dio. Questo senza dubbio può includere anche l’abbandono di tutto il resto (2,14), ma non include certamente delle opere religiose speciali per avvicinare un Dio ancora lontano».

Per questo, per la gioia che deriva dalla (ri)scoperta della grazia di Dio, le chiese nate dalla Riforma hanno sostanzialmente abolito tutti i digiuni previsti dalla tradizione. Peccato che l’assenza di digiuni, nel mondo protestante, non sia adeguatamente compensata dal senso di profonda gioia che dovrebbe derivare dalla scoperta della salvezza per grazia. Le nostre pance sono piene, eppure l’atmosfera che regna nelle nostre chiese è spesso triste, per non dire lugubre. Quello che ci manca, insomma, è una «spiritualità della gioia». Anche se noi protestanti non digiuniamo più, faremmo bene a prendere sul serio le parole di Gesù sul digiuno in Matteo 6,16-18, che ci invitano a non avere «un aspetto malinconico», ma a ungerci il capo e lavarci la faccia. 

I testi biblici del giorno sono tratti da Un giorno una parola – Letture bibliche quotidiane per il 2014, edizione italiana delle meditazioni bibliche giornaliere dei Fratelli Moravi (284° anno), a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Editrice Claudiana, Torino (288 pagine, 12 Euro)