Aborto: una reazione alla sentenza della Corte Suprema Usa

Un breve documento della Commissione per i problemi etici posti dalla scienza delle chiese battiste, metodiste e valdesi

In relazione alla recente sentenza pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti riguardante l'interruzione volontaria di gravidanza, la Commissione per i problemi etici posti dalla scienza delle chiese battiste, metodiste e valdesi ha prodotto un documento che riproduciamo integralmente qui di seguito:

La sentenza della Corte Suprema degli USA riguardante l’interruzione volontaria di gravidanza ha un significato ed effetti di vasta portata e gravità: la cancellazione di garanzie a cui si è giunti con un lungo percorso, rivolto ad affermare i principi delle democrazie liberali, segna una battuta di arresto nella costruzione di società in cui sia assicurato il massimo grado di libertà e rispetto delle persone e la massima tutela dei loro diritti alla cura e alla assistenza. La revoca della possibilità, garantita a livello federale, di interrompere legalmente una gravidanza determina una disparità di trattamento a seconda dello Stato di residenza delineando un futuro di discriminazione e ingiustizia oltre a un impatto sociale che peserà soprattutto sulle donne appartenenti alle fasce più deboli della società. La Commissione per i problemi etici posti dalla scienza ritiene che:

1.     in linea con il Documento della commissione sulla IVG (Doc 1996 “I molteplici problemi connessi all’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg) vanno posti nella prospettiva di un’affermazione convinta della positività dell’esistenza.”) l’interruzione volontaria di gravidanza è una decisione delicata, che segna in alcuni casi un momento difficile nella vita di una donna e che solitamente non è presa con leggerezza. Pur trattandosi di una scelta discutibile sul piano etico siamo convinti che nel corso dell’esistenza individuale possano configurarsi situazioni in cui non è possibile, desiderabile o sostenibile portare avanti una gravidanza, anche a prescindere dalle condizioni di salute che non sono l’unico elemento da prendere in considerazione; come previsto dalla Legge 194 in Italia, è necessario mettere a disposizione tutte le risorse perché sia possibile evitare l’interruzione della gravidanza qualora la decisione sia condizionata da fattori e problemi risolvibili. Come cristiani evangelici riteniamo che l’aiuto e l’assistenza (per esempio con una seria politica di informazione sulla contraccezione tra le fasce più giovani e meno abbienti della popolazione) perché tale decisione possa essere evitata siano un impegno primario sia dal punto di vista etico sia in prospettiva di fede. Riteniamo tuttavia che l’assistenza sanitaria debba essere garantita anche e proprio quando l’interruzione della gravidanza è la scelta della donna.

2.     la Legge 194 non sia da porre in discussione sulla scia di quanto accade negli USA sotto la spinta di forze conservatrici e che l’appiattimento su posizioni ideologiche sia contrario a uno spirito di autentica testimonianza evangelica e in contrasto con il messaggio cristiano. Un effetto verificato della legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza è la drastica riduzione della mortalità di coloro che compiono questa scelta: in condizioni di clandestinità un aborto diventa una pratica ad alto rischio per la salute delle donne. In questa materia, inoltre, i divieti non sono solo controproducenti, ma anche inutili: proibire la IVG ha come effetto non tanto di ridurre il numero di interruzioni,  ma di porre a rischio la salute di chi comunque intende scegliere di non portare avanti una gravidanzae di acuire situazioni di disuguaglianza, disagio sociale, discriminazione.

3.     prendere atto dell’inutilità del divieto non significa eliminare il dilemma morale che sta alla base dell’interruzione volontaria di gravidanza né affermare che tale scelta sia sempre e comunque moralmente legittima, ma significa piuttosto affidare tale scelta alla responsabilità individuale della donna. Garantire la possibilità alle donne di assumere tale responsabilità in base al loro quadro di riferimento, alle loro esigenze, al loro personale vissuto è un irrinunciabile elemento per costruire una società che non discrimina, non opprime, non impone alle donne condizioni punitive e ingiuste qualora non intendano portare avanti una gravidanza.  (cfr. Doc 1996 “In tal modo entra in gioco la considerazione della donna come soggetto etico capace di autodeterminazione” pag. 4). La disponibilità ad accompagnare le donne e gli uomini nel complesso esercizio della responsabilità è compito a cui la fede evangelica chiama come singoli e come chiesa di Gesù in una dimensione di servizio.

4.     in ambito ecumenico sia necessario avviare una discussione anche sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza scevra da ogni accento di tipo ideologico. Tale discussione dovrebbe fondarsi su una duplice consapevolezza: da un lato che il dilemma morale legato alla scelta di abortire non sia risolvibile con gli strumenti della coercizione (come chiedono alcune Chiese cristiane), dall’altro che non sia possibile negare il dilemma morale (secondo un’opinione ampiamente diffusa all’interno della cultura secolare contemporanea). 

Tratto da Chiesavaldese.org

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