Prendere coscienza di aver abbandonato Dio

Un giorno una parola – commento a Geremia 2, 35

Dopo tutto questo, tu dici: “Io sono innocente; certo l’ira sua si è distolta da me”
Ecco, io ti condannerò perché hai detto: “Non ho peccato”
Geremia 2, 35

State sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo
I Pietro 1, 13

Nello stato confusionale in cui riversa la nazione di Giuda durante il ministero profetico di Geremia, il popolo è abbagliato dall’illusione di riuscire a stringere alleanze con le superpotenze e con le corrispondenti divinità del tempo, ed è intossicato dalla propria confusione morale – a tal punto da ritenersi innocente. Essendo immerso nel mondo illusorio e fruibile dell’idolatria, e avendo scelto un cammino diverso da quello della lealtà e della giustizia, non vede il suo peccato di infedeltà al Signore dell’Alleanza e non coglie la gravità dei suoi atti violenti verso i più deboli e verso la terra stessa. Non resterà che il giudizio dell’Esilio, quando Dio potrà così richiamare a sé un residuo del popolo, e, nella dispersione, ricostruire, restituire un avvenire, sempre sul fondamento della grazia. 

Come società religiose o secolarizzate, come Chiese e come singoli chiamati a formare il popolo di Dio, bisogna talvolta che tocchiamo il fondo dell’idolatria e dell’indifferenza, per destarci alla nostra disperazione, per prendere amara coscienza della gravità del peccato, quello di aver abbandonato il Signore, la sorgente dell’acqua viva.

Secoli dopo Geremia, l’apostolo Pietro scrive ad una comunità cristiana dispersa, cioè già esiliata nel mondo; questo esilio non è più segno del giudizio di Dio, ma testimonianza dell’attesa che anticipa la pienezza della salvezza. Al quadro precedente si contrappone il sogno divenuto realtà, di una gente nuova, tratta sì da Israele, ma anche da tutti i popoli, che vive sobriamente e che tende verso il momento della Rivelazione di Gesù Cristo. Il popolo credente respira la speranza mentre vive la tensione presente, tra passato e futuro, in trazione tra due Avventi, due Venute, due Rivelazioni: tra quella del Signore, venuto in grande umiltà, e quella del medesimo Gesù Cristo, che verrà nella gloria. Questa gioiosa rivelazione non potrà che costituire il giudizio di Dio sull’idolatria, sul cinismo e sull’indifferenza, ed è proprio la salvezza a cui tende chi crede, chi spera, chi ama.

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