Davvero volete trivellarlo?

In Alaska continua la lotta di episcopali, ambientalisti e popolazioni locali contro l’estrazione di petrolio nellArctic National Wildlife Refuge: le speranze per una nuova politica ambientale con Biden

Non è ancora finita la lunga battaglia (ne avevamo parlato qui) che vede impegnata la Chiesa episcopale, le associazioni ambientaliste e parte della popolazione locale contro l’avvio dell’attività petrolifera nella più grande riserva di fauna selvatica degli Stati Uniti, habitat di caribù, orsi polari e uccelli migratori: lArctic National Wildlife Refuge (Anwr).

Il 6 gennaio, mentre centinaia di persone assaltavano il Campidoglio a Washington, è partita l’asta per la vendita dei contratti di locazione in vista delle perforazioni in quest’area protetta, che si trova nel territorio del maggior giacimento di petrolio degli Usa, sfruttato fin dagli anni Settanta, quello di Prudhoe Bay (ne parlavamo qui in un altro articolo sul tema).

Una minaccia non solo per l’ambiente naturale, già vittima degli effetti devastanti del cambiamento climatico (erosione delle coste, morte di animali, aumento degli incendi), ma anche per le popolazioni native, la cui economia tradizionale sarebbe danneggiata dalle trivellazioni, senza averne un beneficio economico sul lungo termine (la crisi di Prudhoe Bay insegna).

A fronte di promesse di sviluppo in termini di posti di lavoro e maggiore benessere, l’asta è andata praticamente deserta. Degli 1,8 miliardi di dollari previsti per la vendita dei contratti di locazione (stima del Congressional Budget Office nel 2019), sono stati ricavati al momento solo 14,4 milioni, meno dell’1%. Il maggior acquirente, si può quasi dire l’unico, è un’autorità statale, lAlaska Industrial Development and Export Authority, che si è accaparrato 9 contratti e dovrà comunque trovare dei subaffittuari per far partire i lavori, mentre altri due contratti sono andati a due piccole società indipendenti, Knik Arm Services LLC e Regenerate Alaska Inc.

Lo scarso interesse della grande industria petrolifera la dice lunga sulla redditività dell’operazione fortemente voluta dal presidente Trump, che nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca sperava di portare a casa un buon risultato.

Le associazioni ambientaliste parlano di “fallimento epico”, e sperano che il nuovo presidente Biden mantenga l’impegno promesso di salvaguardare le specie animali artiche e investire sulle energie rinnovabili e non su quelle fossili. L’ipotesi di un cambiamento nella politica federale è stata uno dei fattori che hanno dissuaso le aziende petrolifere dallinvestire in questo progetto, insieme al calo dei consumi di carburanti causato dalla pandemia Covid-19 e all’oggettiva debolezza infrastrutturale dell’area, praticamente priva di strade.

La Chiesa episcopale, impegnata fin dagli anni Novanta per difendere i diritti delle popolazioni locali come i Gwichin (in buona parte membri di questa denominazione) e l’ambiente naturale, pur consapevole che le visioni all’interno della comunità non sono concordi riguardo allo sfruttamento dei giacimenti, ha condannato (qui il comunicato)  questa vendita auspicando che il Congresso e il nuovo presidente «proteggano in modo permanente l’Arctic Refuge, rispettino i diritti e i luoghi sacri indigeni e investano in uno sviluppo economico sostenibile per le comunità dell’Alaska», convinti che lo sfruttamento di petrolio e gas non possano raggiungere questi obiettivi.

Resta ora da vedere se Joe Biden manterrà le promesse e terrà lontane le trivelle da questi luoghi.

 

Foto via Istock: Un lupo nella tundra dell’Alaska, nei pressi dell’Arctic National Wildlife Refuge, sullo sfondo la catena dei Monti Brooks.

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